Pubblicato il: ven, Dic 14th, 2012

La stampa in Romania: tra berlusconizzazione e discriminazione delle minoranze

di Alberto Bellotto

Adina Baya, giornalista e docente della West University di Timisoara

Nascosta da stereotipi e dalle barriere linguistiche, la stampa romena è poco conosciuta in Italia. Adina Baya giornalista e docente della West University di Timisoara, in Italia per promuovere il progetto europeo Mars (Media Against Racism in Sport), ha tenuto a Verona una serie di incontri a proposito del panorama mediatico in Romania.

Il Paese dell’est Europa, che tra 19 milioni di abitanti conta il 6% di minoranza ungherese e il 4-8% della minoranza Rom (detta anche Gypsy Roma), è profondamente cambiato dopo la deposizione di Ceaușescu. Il primo e radicale mutamento, è avvenuto nei media.

Gli anni successivi al 1989 segnano il passaggio da una completa gestione statale dell’informazione ad una condizione di sostanziale autonomia. Il numero dei giornali in circolazione triplica, spinto anche dalla forte domanda di stampa indipendente proveniente dai cittadini. In realtà l’autonomia dei giornali non viene garantita pienamente anche per le difficoltà economiche nelle quali versavano molti di loro. Il passaggio al mercato e alla privatizzazione dell’economia, non è ancora avvenuto in modo netto, al punto che la stessa pubblicità fatica ad entrare nei meccanismi di promozione aziendale.

A partire dalla seconda metà degli anni ’90, alla televisione di Stato si affianca la prima rete privata, che in poco tempo riesce a conquistare pubblico e guadagni. L’avvento dell’emittenza privata si lega ad un fenomeno mediale denominato berlusconizzazione, che indica la progressiva concentrazione dei mezzi di comunicazione nelle mani di una sola persona, o di gruppi molto ristretti, legati in modo diretto con gli ambienti politici. Nel caso della Romania questo fenomeno riguarda soprattutto la stampa locale, la più fragile dal punto di vista finanziario. In realtà anche a livello nazionale la concentrazione risulta essere marcata. Da un lato si assiste ad una grande frammentazione delle testate, ma dall’altro si ha una fortissima concentrazione delle proprietà. Attualmente in Romania i grandi gruppi editoriali sono tre. Il primo, l’Intact Media Group, fa capo a Dan Voiculescu, uno tra gli uomini più ricchi di Romania nonché fondatore del Partito Conservatore Romeno, formazione minoritaria che spesso funge da ago della bilancia nella politica del Paese. Il secondo gruppo, l’Adevarul Holding, è di proprietà di Dinu Patriciu membro del partito liberale, che, da qualche anno a questa parte, è al centro di una serie di processi per truffa e corruzione. Il terzo grande proprietario editoriale è Adrian Sarbu, fondatore e dirigente del gruppo Pro Tv, attualmente non iscritto ad alcuna forza politica. Il gruppo di Sarbu, indebitato ma protetto da un regime fiscale favorevole, si dichiara non allineato ma un’attenta analisi dei contenuti giornalistici ha evidenziato posizioni fortemente filo-governative.

I problemi e le peculiarità del sistema mediatico romeno, in realtà, coinvolgono tutti i paesi dell’Europa centro orientale. Accanto a mercati piccoli e frammentari, manca completamente una legge che regoli la concentrazione dei media. Oltre a questo la stessa professione giornalistica risulta poco chiara, con giornalisti che in molti casi sono anche venditori di spazi pubblicitari.

A fronte di pochi benefici, la concentrazione editoriale nasconde una serie di problemi e limiti molto significativi. Accanto all’uniformità dei contenuti si assiste ad un progressivo abbassamento della qualità. Questa situazione rende quindi indistinguibile la linea editoriale da quella commerciale. La potenza economica dei grandi gruppi, infine, finisce col colpire duramente le piccole realtà editoriali. Gli editori infatti, possono dirottare fondi e denaro in abito locale, creando una situazione di superiorità che mette a dura prova la competitività delle piccole realtà locali.

Questo sistema, in parte simile alla concentrazione italiana, ha una ricaduta sulle forme di comunicazione e sulle pratiche giornalistiche. L’informazione da un lato tende a schierarsi politicamente, dall’altro si spettacolarizza perdendo i requisiti di approfondimento e ricerca. A questi due aspetti si accompagna una consuetudine che ricorda la stampa italiana: la tendenza alle pratiche discriminatorie e razziste nei confronti delle minoranze. Questa grave disfunzione avviene soprattutto nei confronti dei Gypsy Roma che essendo distribuiti in tutto il territorio non hanno la capacità di creare un fronte comune come altre minoranze. Il fondamento di ogni articolo o servizio sui Gypsy Roma sta nella rappresentazione del disagio, dell’indigenza e del degrado. I criteri di notiziabilità ricadono sempre sulla logica dell’emergenza e della drammaticità con una grande produzione di articoli di cronaca nera. Anche la rappresentazione fotografica non fa eccezione a questa tendenza. La quasi totalità delle fotografie inerenti ai Gypsy Roma, racconta contesti degradati e di povertà. Unica eccezione la musica. Molto amata nel paese, la musica dei Gypsy Roma diventa uno dei tratti distintivi insieme alla povertà. Tutto quello che non appare nelle cronache riguarda gli aspetti della vita quotidiana, fatta di artigianato e tradizioni secolari.

Lo scenario delineato dai media mira a costruire una netta divisione tra la minoranza dei Gypsy Roma e gli altri gruppi etnici, anche e soprattutto nel rapporto con altri Paesi.

Il quadro delineato da Baya aiuta a capire, non solo quali sono le caratteristiche della stampa in Romania, ma soprattutto evidenzia il collegamento tra il caso italiano e quello romeno, dove la discriminazione diventa l’unico strumento per leggere e raccontare le minoranze.