Festival del giornalismo, Ferrara 5 ottobre 2012: Siria, storia di un naufragio senza salvatori
di Alessandro Pagano Dritto

Jon Lee Anderson e Salam Kawakibi sul palco del Teatro comunale di Ferrara il 5 otobre 2012. Moderato dal giornalista francese Marc Saghie, il titolo del dibattito è stato “Cosa succede a Damasco?”. Fonte: Internazionale
Chiedersi Cosa succede a Damasco? vuol dire penetrare in quell’universo in pieno caos, e forse anche in espansione, che sono oggi la Siria e la sua guerra interna tra i sostenitori del presidente Bashar al Assad e l’opposizione armata per lo più riunita sotto il nome di Free Syrian Army (Esercito libero siriano, FSA).
Con la moderazione del giornalista francese Marc Saghie, firma del Courrier International, hanno illustrato la questione il reporter Jon Lee Anderson del New Yorker, appena pochi mesi fa in terra siriana ad Aleppo, e il ricercatore siriano dell’università di Amsterdam Salam Kawakibi, presidente dell’istituto di ricerca Arab Reform Initiative.
Il dibattito è stato organizzato dalla rivista Internazionale e si è tenuto al Teatro Comunale di Ferrara il 5 ottobre nell’ambito dell’annuale Festival del giornalismo.
Il primo importante argomento che è stato toccato è quello del settarismo della guerra siriana, ovvero quella caratteristica che vede la minoranza della setta musulmana sciita degli Alawiti appoggiare il presidente Assad e l’esercito siriano e la maggioranza musulmana sunnita sostenere invece l’opposizione armata dello FSA.
In un articolo dello scorso agosto scriveva lo stesso Anderson: «In ogni caso è chiaro a sufficienza che in qualsiasi modo stessero le cose prima, il conflitto siriano è combattuto su linee settarie». Al festival il reporter precisa di sapere bene che il settarismo – e quindi la divisione religiosa – non è l’unica chiave di interpretazione possibile né l’unica linea di divisione del conflitto, ma all’insegna di un solido pragmatismo è una divisione ormai consolidata che non si può non considerare prevalente o comunque della massima importanza. Anche se, come nota Salam Kawakibi, la maggior parte dei prigionieri politici nella Siria degli anni ’80 era proprio alawita e proprio gli Alawiti hanno formato per primi alcuni dei Comitati di Coordinamento di Base, ormai l’associazione tra Alawiti e il presidente Assad – che proprio da quella setta proviene – è talmente forte che anche coloro che tra questi non sono entusiasti dell’attuale governo sanno che la loro vita in Siria dopo l’eventuale caduta del presidente sarà molto difficile, per non dire impossibile. A loro non rimarrà, dice Anderson, che la fuga o la morte.
In ogni caso il rapporto tra le sette è ormai sfaldato e ci vorranno decenni perché il tessuto sociale siriano possa ritornare quello di prima e la convivenza essere pacifica. In questo senso il conflitto siriano è destinato ad avere un’onda molto lunga nel tempo.
Forse la vera sorpresa per l’ascoltatore medio occidentale arriva quando gli ospiti, e in particolare il siriano Salam Kawakibi, spiegano l’origine di questa divisione settaria per gruppi religiosi. Di solito infatti è idea comune che in Siria si fronteggi un’opposizione quasi esclusivamente religiosa contro un governo garante di una certa laicità delle istituzioni e che il pericolo maggiore, anche per l’Occidente, sia rappresentato dalle formazioni jihadiste che militano all’interno dello FSA. O almeno questo è quanto la voce del cittadino comune spesso dice commentando sui social networks gli articoli sulla Siria.
Non è così, anzi. Le cose sono molto diverse.
La società siriana, dice Salam Kawakibi, è «sì conservatrice, ma non integralista». Non ha nessun DNA che gli imponga “naturalmente” un governo di tipo religioso. Anzi, questa divisione di tipo settario è stata imposta proprio dagli Assad negli ultimi cinquanta anni. Il governo infatti si è sempre rivolto ai Siriani in qualità di appartenenti o non appartenenti a una confessione e ha utilizzato l’identità religiosa come motivo di opposizione all’Occidente; erano invece gli intellettuali all’opposizione a rivolgersi al loro popolo in qualità di cittadini, al di là quindi di ogni appartenenza religiosa. Ne è la prova un documento firmato da tutti i membri dell’opposizione politica ad Assad che stabilisce in via teorica il piano di rinascita del paese alla fine della guerra: questo documento, precisa Kawakibi, si rifà sì alla legge coranica, ma anche al pensiero cristiano e a quello che in generale si può definire umanistico. Non esiste quindi nell’opposizione siriana dello FSA quell’emergenza jihadista che i media occidentali sembrano qualche volta voler trovare a ogni costo, non esiste per lo meno in ingenti proporzioni. Secondo i dati dello stesso Kawakibi, appena 1.000 su un totale di 12.000 sarebbero i jihadisti presenti in questo momento tra le file dell’opposizione armata; che comunque, precisa Anderson che ha avuto occasione di parlarci, sarebbe ingenuo e semplicistico far passare come semplici “tagliagole”. Anzi, proprio l’insufficiente azione dell’Occidente consegnerebbe l’opposizione all’influenza dei paesi del Golfo che spingerebbero sulle sue sezioni meno laiche.
Kawakibi continua il suo ragionamento sulla divisione interna dell’opposizione siriana non risparmiando critiche ai governi occidentali: prende spunto da alcune parole di Anderson che, forte anche del suo recente lavoro sul campo, parla dell’opposizione come una «terra inesplorata» ma certamente divisa al suo interno.
Cosa ci si può aspettare, chiede Kawakibi, dopo cinque decenni di divisione forzata all’interno di tutta la società siriana? Non certo un’improvvisa unità totale e una visione comune di metodi e idee. Ma di certo c’è una parola che unisce tutti i diversi gruppi dell’opposizione siriana, che è la parola «libertà». L’Occidente inoltre si lamenta di questa divisione interna dell’opposizione e chiede l’unità. Ma perché non accettare invece l’idea di un’opposizione plurale? Perché lui stesso, invece di suggerire all’opposizione come muoversi e di parlare coi russi, non parla in prima persona con il governo federale che sostiene Assad?
E’ con un certo fastidio che Kawakibi sembra parlare della politica occidentale nei confronti della Siria e del suo conflitto interno e le parole “ipocrita” e “ipocrisia” compaiono spesso accanto a grandi nomi.
Il maggiore supporto ai Siriani è dato dalla diaspora estera del loro popolo, poi dalle organizzazioni umanitarie. Gli Stati occidentali sono bloccati in una comune inattività, che non va molto al di là delle parole: le linee rosse paventate qualche tempo fa da Barak Obama arrivano solamente quando le minacce di Assad scuotono la calma dello Stato di Israele.
Anche la Turchia, che giusto in questi giorni ha risposto al fuoco proveniente dal territorio siriano, difficilmente si addentrerà in una guerra a tutto campo che potrebbe risvegliare antichi problemi con la popolazione curda. Fa la «sfinge», per usare le parole di Anderson: usa in parte la minaccia e in parte la diplomazia per reagire all’arma curda mostrata dal governo d’oltre confine.
Forse è una amara frase di Anderson a sintetizzare al meglio l’attuale situazione siriana: i Siriani sono «naufraghi in una scialuppa: il salvatore non arriverà».














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