Pubblicato il: mar, ago 28th, 2012

Scudo missilistico USA nel Pacifico: la Cina come obiettivo?

di Riccardo Venturi

Obama e Hu Jintao

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Gli Stati Uniti ancora sceriffi del mondo, con gli scudi missilistici a rappresentare il, relativamente nuovo, modello di pistola. Dopo aver concluso il progetto di rete radar volto alla protezione degli alleati europei dai possibili ma altamente improbabili attacchi dell’Iran, gli USA si ripetono guardando a Oriente. La Corea del Nord rappresenta una minaccia per la stabilità del Pacifico orientale, l’amministrazione Obama ancora una volta reitera la mitologia naïve a stelle e strisce del bene che combatte e trionfa contro il male.

Un radar è già attivo nel Giappone settentrionale. Il nuovo progetto di scudo missilistico prevede l’installazione di altri tre radar X-Band tra Corea del Sud, Giappone e probabilmente Filippine. Gli X-Band hanno la funzione di seguire e intercettare eventuali missili balistici. Per completare la rete di protezione, ai radar si aggiungeranno due sistemi d’intercezione di missili, uno terrestre e l’altro marino. Per quanto riguarda la componente antimissile di terra, Obama e il segretario della Difesa Leon Panetta, faranno affidamento su un sistema di lancio terra-aria THAAD (Terminal High Altitude Area Defense). Sono già state acquisite sei batterie missilistiche di questo tipo e gli USA stanno valutando dove stanziarle, probabilmente sul suolo di paesi alleati come Corea del Sud ed Australia. Lo scudo missilistico sarà completo con altre batterie di missili di tipo Standard SM3, imbarcate sulle navi anti-missile Aegis, già presenti in quell’area del Pacifico. Probabilmente anche navi giapponesi e sudcoreane ospiteranno gli intercettori. Alcune indiscrezioni filtranti direttamente da Washington suggeriscono come non solo gli USA siano già pronti a portare avanti lo scudo missilistico con l’aumento delle navi Aegis in servizio nell’area del Pacifico orientale, ma anche che a questo sistema difensivo potrebbero aggiungersi forze aeree in grado di lanciare batterie antimissile in volo. Questi aerei potrebbero fare base nell’isola di Guam.La motivazione ufficiale del progetto di scudo missilistico in Asia Orientale risiede nel contenimento del tradizionale nemico degli USA nell’area, la Corea del Nord. Eppure gli ultimi tentativi di sviluppo missilistico da parte del regime di Pyongyang sono miseramente falliti. E’ quindi naturale pensare che dietro all’idea di Obama e Panetta ci sia molto di più rispetto alle ufficialità di rito. Il vero nodo della questione è rappresentato dalla Cina e dal suo esponenziale sviluppo militare, geopolitico e missilistico. Finora Pechino ha adottato una strategia politica vincente che le ha permesso un rapidissimo sviluppo economico, un ulteriore incremento della legittimazione interna del regime e soprattutto il controllo del boccino delle sorti economiche americane ed occidentali in generale.

The peaceful rise, la crescita pacifica. La Cina, per iniziare a uscire dal sottosviluppo ed affermarsi a livello globale come potenza di primissimo piano, ha scelto il basso profilo. Nessuna aggressione, diplomazia. Solo Taiwan e Tibet sono intransigentemente classificate come questioni interne, è il confine di fuoco che Hu Jintao e soci non permettono di superare. Eppure gli Stati Uniti, legati al doppio filo del debito e dello sviluppo con Pechino, non sanno fino a che punto questa strategia sia una scelta definitiva.
In effetti molti statunitensi hanno il timore che il trampolino USA sia utilizzato dalla Cina per mera convenienza; ma fino a che punto Pechino accetterà un sistema di equilibri in cui gli stessi americani si illudono ancora di poter agire unilateralmente? La risposta è più complicata di quanto si pensi. Sarà questo asse (pacifico?) nel Pacifico a determinare le sorti economiche e militari del mondo. Allo stato attuale delle cose gli USA e la Cina hanno scelto la via della collaborazione. Parlare di cooperazione è eccessivo e gli interessi sono troppo divergenti. Ma se una delle due superpotenze va a fondo, l’altra segue immediatamente dopo. America rana e Cina scorpione, mancano finale e morale. Nel mondo ci sono due coinquilini totalmente interdipendenti l’uno con l’altro, ma la convivenza, con il crescere dell’uno e i timori dell’altro, si fa sempre più difficile. Mentre Washington è dipendente da Pechino per la quantità di debito americano accumulato da quest’ultima, Pechino viceversa deve appoggiarsi sul mercato americano per continuare a crescere e non invertire la tendenza. Gli americani guardano di cattivissimo occhio il parallelo sviluppo militare e tecnologico cinese, troppo ingombrante per l’indiscussa egemonia che essi stessi dovrebbero avere nell’utopico mondo a stelle e strisce. Mentre la Cina deve comunque risolvere i problemi strutturali interni, gli USA iniziano a biasimarsi per l’eccessiva finanziarizzazione e l’eccessivo indebitamento di un sistema economico che si è consegnato nelle mani del vecchio nemico.

Scudo Missilistico

Il problema degli equilibri globali sembra quindi senza soluzione proprio perché non si riesce a fare quel passo in più che porti le due superpotenze a un’apertura reciproca che permetterebbe di smorzare le tensioni più grandi. La Cina mette in discussione non solo lo status quo globale, nel quale sente di occupare una parte troppo piccola e marginale rispetto a quelle che sono le sue vere potenzialità, ma discute con veemenza anche l’atteggiamento di Washington che sembra fermatosi a più di dieci anni fa quando, prima dell’attacco dell’11/9, nessuno era in grado ed osava mettere in discussione la centralità americana negli equilibri mondiali. Se Obama rispetto a Bush ha sicuramente cambiato approccio pratico, cercando con molta difficoltà di tirarsi fuori dai pantani militari mediorientali, allo stesso tempo non può cambiare la retorica rivolgendosi all’opinione pubblica interna. Gli interessi nazionali, sia negli Stati Uniti che in Cina, compattano la popolazione. Se la Cina deve quindi mostrare i denti per avere vantaggi anche in termini di legittimità interna, gli Stati Uniti non possono ammettere l’inizio del declino del proprio sogno ufficialmente realizzatosi dopo la caduta del Muro di Berlino. Alla Cina che mostra i denti, l’ultima risposta di Washington è stata proprio quella dello scudo missilistico. Il problema trascende il metaforico braccio di ferro se consideriamo che gli Stati Uniti agiscono nell’area di più immediato interesse per la Cina: quella del Pacifico orientale, il mare che, per diretta prossimità geografica, la Cina vede come sua area di competenza. Gli Stati Uniti fanno leva sulla presenza di molti alleati fidati come lo stesso Giappone, la Corea del Sud, le Filippine, l’Australia, senza dimenticare Taiwan. Ma fino a quando si potranno ignorare le pretese della Cina di non vedere più gli Stati Uniti continuare con pesanti ingerenze nel mare che, più di ogni altra cosa insieme al Tibet, urta la sensibilità di Pechino? Basti pensare alla questione di Taiwan, tuttora irrisolta e delicata, in cima alla lista delle priorità di Hu Jintao. Inoltre i mari “cinesi” sono di primaria importanza per rotte, gas e petrolio. Insomma ci sono tutti gli ingredienti affinché la Cina irrigidisca le sue posizioni. Lavorando costantemente in termini di interdipendenza finanziaria, la Cina ha capito che ciò le avrebbe permesso di diventare una superpotenza planetaria e di giocarsi poi le sue carte geopolitiche per ottenere obiettivi congruenti ai suoi interessi. Il vincolo quindi non è più solamente economico e finanziario, ma questa strategia ha permesso al paese asiatico di porre veti da tenere seriamente in considerazione, specie quando si tratta di questioni aperte, sensibili, dolenti ed irredenti. Al contrario, gli Stati Uniti sembrano non aver capito che l’irrigidimento della loro cultura unilateralista porta, con un effetto domino, alla stabilizzazione e all’ingigantimento di tensioni politiche che hanno conseguenze logoranti dal punto di vista politico ed economico.

Il futuro di questa relazione bilaterale, e più in generale del mondo geopolitico, dipende dall’atteggiamento degli Stati Uniti. Se questi comprenderanno che il sogno unilateralista è al tramonto, lo scenario più possibile è quello della cooperazione vantaggiosa e pacifica. Altrimenti lo scontro politico sino-americano potrebbe materializzarsi più in fretta di quanto si pensi, nonostante le catastrofiche conseguenze per entrambi

Clicca per iscriverti alla newsletter di Giornale Il Referendum e ricevere notifiche di nuovi articoli per e-mail.