La crisi economica in Spagna: comunità autonome a rischio
di Riccardo Venturi
Spesso e inopportunamente sono messe sullo stesso piano le situazioni economiche di Spagna ed Italia. Eppure le differenze sono nette ed evidenti. Il nostro paese è stato trascinato nella crisi del debito sovrano dopo vari decenni di accumulo, è stata affidata ad un governo tecnico la responsabilità di adottare misure che qualsiasi governo “elettorale” non avrebbe mai avuto il coraggio solo di pensare, il tessuto industriale ed economico italiano è più solido e diversificato rispetto a quello spagnolo, le imprese e le famiglie hanno un ruolo fondamentale nella tenuta del paese. Dopo anni di vertiginosa ma effimera crescita, il crollo spagnolo invece ha le sue radici in negligenze non tanto governative, quanto bancarie, edilizie e speculative. Zapatero ha pagato cara la sua mediatica inconsistenza successiva al boom di consensi dovuto ad un modello giovane e moderno di socialdemocrazia, apparentemente ben funzionante. Con Rajoy gli spagnoli hanno scelto di tornare al riparo, memori della rassicurante esperienza di Aznar.
L’elemento di distinzione fondamentale che spesso e volentieri è messo in secondo piano, ma che è fondamentale per la comprensione delle tensioni sociali spagnole, è senza dubbio quello delle autonomie. Se in Italia l’esperienza leghista è legata soprattutto ai flussi d’opinione nelle questioni economiche, fiscali e di politica interna, al contrario le azioni autonomiste ed indipendentiste in Spagna risalgono ad esigenze ben radicate nel retroterra politico, culturale e linguistico della penisola iberica. Il percorso che ha portato al modello delle comunidades autonomas è lungo e tortuoso, comprensivo di dura repressione, discriminazioni e terrorismo. Con la costituzione del 1978 si è dato vita a 17 autonomie, ognuna delle quali con un proprio legislativo ed esecutivo e tutte con un ampio margine che permette la scelta delle materie di propria competenza, eccezion fatta per quelle esclusivamente riservate al governo centrale. Dopo i decenni del centralismo franchista, la Spagna ha voluto voltare pagina e consolidare la neonata democrazia attraverso un riconoscimento importante delle varie istanze che insieme formano il Regno di Spagna. Il modello era apparentemente ben funzionante e, trainate dalla locomotiva economica spagnola in costante crescita, nessuno metteva in dubbio il ruolo delle comunità autonome. Al contrario, il dibattito era spostato sul terreno politico e culturale, quasi etico, dell’autodeterminazione dei popoli. C’è chi ha scelto la strada istituzionale e chi ha scelto la strada dell’opposizione armata (vedi ETA). Nonostante ciò, i contrasti rimanevano su di un piano quasi puramente pragmatico, almeno nelle comunità dove le spinte indipendentiste erano del tutto assenti. Mentre in Catalogna e nei Paesi Baschi la questione era “geneticamente” sentita e sempre presente nell’agenda locale, nelle altre comunità la discussione verteva più che altro sul dove dovesse fermarsi Madrid.
La recente crisi economica e la ancor più recente bancarotta della Comunità Valenciana, hanno invece portato la questione delle autonomie sotto un’altra luce. Per la prima volta nel post-franchismo sono le comunità autonome a dover richiedere l’intervento centrale nelle questioni (e più specificamente nei conti e nei bilanci) locali. Il che infrange un tabù che in Spagna ha un’aura di sacralità. Se il ruolo delle autonomie ha sempre messo sotto pressione e reso la vita difficile a Madrid, adesso Madrid per la prima volta potrebbe avere titolo nel rivedere le loro competenze. Se le autonomie sono gelose delle loro prerogative, allo stesso modo il rischio di bancarotta fa sì che il governo centrale possa tenere il toro per le corna. C’è un però. Se le comunità non hanno i conti a posto, lo stesso si può dire per la Spagna. Se Rajoy finora si è mosso su un filo da equilibrista ed ha scontentato tutte le categorie pur di salvare la barca, rendendo ancora più drammatica la situazione del paese, il salvataggio dei conti delle autonomie potrebbe rendere ingestibile la contabilità centrale. Come conseguenza potrebbe diventare inevitabile il salvataggio della Spagna. Questo materializzerebbe gli spettri tanto temuti dai governi di mezza Europa, cioè quelli dell’intervento diretto dell’Unione Europea per scongiurare il default, con le drammatiche conseguenze che abbiamo già visto ricadere sulla Grecia. Un conto è il già avviato salvataggio delle banche, ben altra cosa sarebbe (anche a livello mediatico) un intervento diretto a far respirare le piangenti casse governative a costo di condizioni ancora più proibitive e letteralmente massacranti per i cittadini spagnoli. L’alternativa sembra essere tra un fallimento spagnolo che porterebbe a conseguenze quasi apocalittiche, con una sorta di effetto domino anche in Europa, e un fallimento evitato ma ad un prezzo che trascinerebbe Madrid a fondo con Atene. Di lasciare le autonomie al loro destino, con conseguenze sociali e politiche non troppo dissimili dai due precedenti scenari, neanche se ne parla. A tutto questo aggiungiamo la tradizionale ostilità del Partido Popular nei confronti delle tendenze autonomistiche e la “tortilla”, il frittatone in salsa iberica, è completa. Questioni che, con profonde radici politiche e culturali, ma anche economiche ed egoistiche, mettono in luce l’eterno conflitto fra centro e periferie.
Mentre la Comunità Valenciana è già fallita, sono a rischio Castilla la-Mancha, Murcia, Baleari, Canarie, Andalucia e l’apparentemente virtuosissima Catalogna. La situazione è in bilico e queste regioni devono riuscire a finanziare debiti sull’ordine di più di mezza decina di miliardi di euro entro la fine dell’anno. Se la situazione appare quindi di difficile soluzione, il governo di centrodestra ha già creato un fondo per il salvataggio delle comunità simile a quello in discussione in Europa; ma potrebbe non bastare e il ricorso diretto ai fondi del governo centrale potrebbe diventare inevitabile. Del resto il numero di comunità e municipi coinvolti sembra essere sempre maggiore, date anche le difficoltà crescenti nel finanziarsi sul mercato. E se la strada da intraprendere sembra essere quella dell’ingerenza, allo stesso tempo Rajoy coglie la palla al balzo per provare a togliere competenze alle autonomie, vecchio pallino del PP. Mentre i Paesi Baschi sono meno coinvolti in urgenze debitorie, la Catalogna rischia il collasso economico. A Barcellona la gestione autoreferenziale e autonoma della regione è stata un qualcosa da conquistare, prima, ed un motivo di vanto, dopo. Ricchezza diffusa, tessuto industriale vario ed ampio, boom del settore terziario. Fino a pochi anni fa una situazione come questa sembrava impossibile e difficilmente il responsabile del rischio-crollo viene cercato in casa. In Catalogna l’amministrazione di centro, incarnata nel partito Convergencia i Unió, è convinta che le responsabilità maggiori siano da far risalire a Madrid. Sostanzialmente il problema consiste nel fatto che l’autonomia paghi più imposte di quanto poi le ritorni indietro dal centro. In questo modo si spiegherebbe la passività di bilancio così accentuata. Il ministro dell’Economia del governo autonomo, Mas-Colell aggiunge che vi sono “squilibri accumulati nel tempo fra le entrate, strutturalmente insufficienti, e le uscite, strutturalmente rigide”, ponendo l’accento in pratica sull’impossibilità di gestione della spesa pubblica senza possibilità di una vera autonomia fiscale. Se a livello istituzionale si tenta il salvataggio delle autonomie, e Rajoy sembra comunque tentare di rifilargli qualche stoccata per indebolire legittimità e consenso sulla loro utilità ed efficacia, a livello politico il problema è più grande. Se le autonomie entrano in crisi, rientrano fortemente in gioco gli indipendentismi. Finora si era riuscito ad arginare bene le velleità divisioniste anche grazie al graduale trasferimento di competenze in periferia. Lo stato spagnolo era finalmente specchio delle sue diverse specificità ed era riuscito a costruire un modello in cui, seppur a volte non virtuosamente, non si erano create forbici esagerate; anzi, in cui chi era più indietro ha avuto margini di sviluppo e decisione mai conosciuti prima. Mettendo in discussione il ruolo delle autonomie si può procedere verso cambiamenti istituzionali, ma non si possono sopire le gelose esigenze di chi rivendica la necessità di una gestione propria delle risorse economiche, politiche e culturali. Il modello comunitario potrebbe essersi rivelato inefficace, ma va detto che anche la gestione centrale sta andando incontro a molte difficoltà e la risposta giusta potrebbe non essere quella centralista. Se Madrid deciderà in emergenza di riportare tutto il potere decisionale nelle sue mani si troverà a maneggiare patate molto bollenti.
Innescare la bomba degli indipendentismi in un contesto di insicurezza ed instabilità sociale, in cui il governo di Rajoy si trova già dopo pochi mesi con un record negativo di consensi, potrebbe essere molto rischioso. Nelle comunità ci sono formazioni che difendono l’autonomia attraverso un percorso istituzionale. Se questo percorso è minato o financo distrutto, non si fa di certo il gioco delle forze moderate. Dopo aver sperimentato repressioni e lotte clandestine, ETA e rivendicazioni violente, il governo spagnolo dovrà essere molto cauto. E se la soluzione a questa crisi sarà necessariamente economica e istituzionale, si dovrà valutare anche in base agli effetti sociali e politici ai quali potrebbe portare.













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