Pubblicato il: sab, Feb 2nd, 2013

Guardare l’altro con i suoi occhi. La proposta di Martha Nussbaum per superare la paura del diverso

di Alessandro Pagano Dritto

Ragazza con hijab.

Giada Frana è una giovane giornalista italiana di Bergamo. Lavora per il quotidiano della sua città e sul quotidiano on line Linkiesta. Qui ha un blog dove, lei non musulmana, scrive di islam. Il primo febbraio 2013 ha deciso di aderire al World Hijab Day, un’iniziativa culturale che suggerisce a tutte le donne che non lo usano di provare a portare per un giorno l’hijab, il velo che copre il capo di molte musulmane. Come spiega la stessa Giada all’inizio dell’articolo in cui racconta la sua esperienza, «con l’Hijab Day si vuole dare la possibilità di mettersi per una sola giornata nei panni di una musulmana, vedendo le reazioni delle persone della società in cui si vive». E cita dal sito dell’iniziativa: «Prima di giudicare, copriti per un giorno».

In queste semplici parole e in questo semplice concetto, mettersi nei panni di un altro, sta una buona parte del discorso che la filosofa americana Martha Nussbaum conduce nel suo ultimo lavoro, La nuova intolleranza. Superare la paura dell’islam e vivere in una società più libera (Il Saggiatore, Milano, 2012, 17 euro).

È un libro denso, questo: denso di filosofia, denso di cronaca, denso di legge, di sociologia e di psicologia. Questa recensione non ambisce perciò a darne un panorama completo, ma intende solo illustrare il messaggio di base che l’autrice vuole comunicare.

Martha Nussbaum, La nuova intolleranza. Superare la paura dell’islam e vivere in una società più libera, Il Saggiatore, Milano, 2012, 17 euro.

Non inganni intanto il titolo, che nella versione originale inglese è semplicemente The New Religious Intolerance, «La nuova intolleranza religiosa». A differenza del titolo italiano, nessun accenno all’islam, di cui pure il libro parla molto. Non ne parla però in termini di dottrina: una rapida occhiata all’indice dei nomi confermerà che il Profeta Maometto non vi compare affatto, una sola volta si legge il nome di Gesù Cristo. Se si parla di islam è perché dopo l’11 settembre 2001 l’altro rispetto all’Occidente è per definizione islamico, come una volta fu soprattutto ebreo. L’altro insomma indossava ieri la kippah, oggi veste l’hijab.

Si dovesse formulare una domanda di cui The New Religious Intolerance fosse poi la risposta, questa sarebbe: «Come guardare all’altro?»

E la Nussbaum risponderebbe rubando un’espressione del romanziere statunitense Ralph Ellison (1914-1994): usando «gli occhi interni».

Un principio fondamentale del pensiero della filosofa americana è che l’uomo si relaziona con l’esterno attraverso le emozioni. Ne ha varie, tutte in qualche modo fondamentali alla sua stessa esistenza. Una di queste è la paura. La paura, spiegano gli scienziati, deriva da una ghiandola presente alla base del cervello di tutti i vertebrati sin dagli albori dell’evoluzione, l’amigdala. Poiché la paura corrisponde allo spirito di autoconservazione, non c’è dubbio che sia necessaria ed è naturale che possa essere considerata un’emozione «narcisistica», cioè rivolta a se stessi. Questo anche in termini sociali: se c’è il pericolo di attentati, la paura suggerirà alla comunità che si sente minacciata di proteggersi, per esempio prendendo misure precauzionali negli aeroporti o alle frontiere. Ma se alla paura venisse lasciata briglia sciolta, la vita di tutti si paralizzerebbe. C’è bisogno quindi di un’emozione per così dire di senso contrario. E per la Nussbaum questa emozione di senso contrario, che guarda cioè verso l’esterno e non verso l’interno, è l’empatia. L’empatia, spiega la filosofa, «richiede semplicemente che si veda l’altro come una persona che persegue aspirazioni umane e che si comprenda anche solo in modo approssimativo quali siano quelle aspirazioni […]» (p. 143). L’altro non più come minaccia, insomma. Immaginare, stabilire un rapporto empatico, «rende gli altri reali ai nostri occhi» (p. 143). Ecco quindi che gli «occhi interni» diventano un modo per interiorizzare l’altro, immaginarlo, proiettarsi in lui, capirne le ragioni anche se poi non le si condividono.

L’uomo non è l’unico animale capace di empatia. Sembra lo siano anche gli elefanti e certi primati, ma l’uomo, insieme forse al cane per quanto riguarda il rapporto col proprio padrone, è l’unico animale capace di stabilire un rapporto empatico anche con qualcuno che sta al di fuori del proprio gruppo: in termini sociali, della propria comunità.

Martha Nussbaum. Nel suo libro propone di imparare a guardare l’altro con i suoi stessi occhi per dargli una dimensione umana e sconfiggere la paura che si nutre nei suoi confronti. Questo atteggiamento favorirà il dialogo interculturale e interreligioso e la convivenza civile.

Entrare in rapporto empatico con un altro che si situa fuori dalla propria comunità – religiosa, nazionale o culturale in senso lato che sia – richiede un certo esercizio e non è un dono innato. Alcune letture e alcuni esempi possono però aiutare. La Nussbaum propone, tra gli altri, quello di Roger Williams (1603 ca. – 1684 ca.), un inglese che nel 1630, desideroso di un clima di maggiore libertà religiosa, emigrò in Nord America, Massachussets.

Gli Stati Uniti d’America hanno dovuto fare i conti sin dalla loro nascita con una forte varietà religiosa interna. La questione si è risolta con un reciproco rispetto delle diverse confessioni presenti. Recita infatti il Primo emendamento della Costituzione statunitense: «Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione» (p. 83). Tutte le religioni insomma sono allo stesso livello e non ce n’è una ufficiale che tollera le altre e permette alle minoranze di professare liberamente la propria. Questo invece accade in Europa, dove la formazione degli Stati nazionali in un clima culturale romantico ha legato in modo quasi indissolubile i concetti di patria e fede religiosa: a tal punto che oggi una persona il cui aspetto denunci in qualche modo, anche attraverso precisi simboli religiosi, un’origine diversa da quella nazionale può avere difficoltà a essere considerato in tutto e per tutto un locale, nonostante quello che possa indicare l’anagrafe.

Un esempio di questa differenza tra nuovo e vecchio continente è la legge sul burqa, il noto vestito che copre interamente il volto e il corpo della donna, che è illegale in alcuni paesi europei come Francia e Italia. In America il Primo emendamento vieterebbe una legge di questo tipo, perché lo Stato non può proibire né imporre nulla in materia religiosa a meno che non si dimostri che una certa pratica sia pericolosa per la sicurezza stessa dello Stato e dei suoi cittadini.

Roger Williams (1603 ca. – 1684 ca.) in un ritratto del 1936 di Arthur W. Heintzelman. Volle che la Costituzione del Rhode Island, la colonia da lui fondata, rispettasse i diritti, anche religiosi, di tutti, compresi i nativi. Non sono noti ritratti eseguiti mentre Williams era in vita.

In Massachussets Williams trovò quella libertà religiosa che cercava, ma non un completo clima di uguaglianza: i coloni perseguitavano e discriminavano infatti i nativi Narragansett, con i quali invece lui aveva stretto buonissimi rapporti nonostante non ne condividesse affatto le idee religiose e trovasse persino offensiva verso la volontà di Dio la loro abitudine di dipingersi il volto. Quando Williams provò a difenderne i diritti territoriali, però, dovette scappare dal Massachussets e fondare altrove una nuova città. Era l’inverno del 1635-36. Non a caso chiamò questa città Providence, «provvidenza», e lì costituì il primo nucleo del futuro Rhode Island. Volle, primato assoluto per una colonia, una Costituzione che garantisse i diritti religiosi di tutti e in generale anche i diritti dei nativi.

Nel 1643 Williams approfittò di un viaggio verso l’Inghilterra per scrivere un trattato di lingua Narragansett. L’intento di A Key into the Language of America, più che altro un frasario, era quello di spiegare a un inglese, o comunque a un europeo, come approcciarsi in modo amichevole a un Narragansett, nella convinzione che «se vuoi avere buoni rapporti con le persone, cerca di imparare almeno alcune frasi della loro lingua, in modo da poterle incontrare a metà strada» (p. 152).

Questo di Williams è l’atteggiamento che la Nussbaum consiglia, in generale, per superare la paura dell’altro e calarsi in lui, vedere coi suoi occhi, rendere insomma possibile l’empatia: parlarci, studiarlo, capirlo. L’empatia, irrazionale come tutte le emozioni, si basa quindi su un processo tutto razionale, che non implica poi certo una condivisione delle idee comprese; questo atteggiamento serve però a imbrigliare la paura immotivata dell’altro e rendercelo più presente, più umano e concreto.

Donne che vestono il burqa.

Per tornare al caso del burqa, è probabile che la Nussbaum, che è ebrea, non lo indosserebbe mai, ma nel libro non affronta nemmeno la questione se sia giusto o no indossarlo: impiega però quasi un intero capitolo, il quarto, a spiegare perché non esiste alcun motivo razionale che possa far ritenere questo indumento pericoloso per la sopravvivenza dello Stato e quindi nessun motivo razionale che possa spingere un governo a vietarlo. Bisogna evitare – spiega la filosofa – di fare quello che fanno oggi molti americani che vedono nell’altro islamico un pericolo: lo conoscono poco, non ci hanno parlato, non l’hanno studiato né capito, «in poche parole, vedono una sagoma generale e non sono in grado di riempirla con un reale essere umano» (p. 219).

Giada, forse senza nemmeno saperlo, ha spinto all’estremo la tesi della Nussbaum: ha vestito concretamente i panni dell’altro e per ventiquattro ore è stata lei stessa l’altro, in questo caso l’altro islamico.