Pubblicato il: Gio, Mar 1st, 2012

En plein per The Artist agli Oscar: la vittoria del ritorno al passato in gioco tra Hazanavicious, Scorzese e Allen

di Chiara Tripaldi

Come da copione, alla notte degli Oscar di domenica 26 febbraio, che si è tenuta come da tradizione al Kodak Theatre di Los Angeles, l’asso pigliatutto è stato “The Artist”.

Il film muto degli anni duemila, diretto dal francese Michel Hazanavicious, ha portato a casa le statuette più ambite: miglior film, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora, migliori costumi, migliore regia.

Un risultato che i bookmaker davano per scontato, soprattutto dopo i tre Golden Globe e l’entusiasmo riscosso a Cannes.

L’ottimo successo di pubblico per un film così insolito, considerato lo scoglio della mancanza del sonoro, è forse interpretabile con la curiosità nei confronti del cinema degli albori.

Il film è una metafora sul cinema, che interroga se stesso nel periodo della sua grande rivoluzione, il passaggio al sonoro del 1929. Ma The Artist è veramente un’occasione per riflettere sulla settimana arte o un’operazione commerciale patinata di cinefilia per rilanciare il cinema transalpino?

La riflessione sulla storia del cinema e sulla sua potenza espressiva non si limita, infatti, alla pellicola di Hazanavicious: un altro film uscito vincente dall’Academy, “Hugo Cabret” di Martin Scorsese, è un omaggio alla magia del cinema vista con gli occhi del piccolo Hugo protagonista e sulla figura dimenticata di Georges Melies, il precursore del cinema fantastico.

L’ultimo film di Scorsese ha però conquistato solamente cinque statuette tecniche per la fotografia, il sonoro, il montaggio, il missaggio e il premio per la miglior scenografia, andato agli “scorsesiani” doc Dante Ferretti e Francesca lo Schiavo, gli unici a mantenere alto il tricolore alla cerimonia.

La miglior protagonista, senza rivali, è Meryl Streep, per la sua sorprendente trasformazione nella Lady di Ferro Margaret Thatcher.

La signora del cinema americano, alla diciassettesima nomination e alla terza statuetta (solo la Hepburn la superò con quattro statuette), è il vero fiore all’occhiello di questa edizione degli Oscar, piuttosto prevedibile.

La scelta di affidare a The Artist il ruolo di pellicola pluripremiata sembra più una strizzata d’occhio ai cinephile europei piuttosto che una valutazione meritocratica: il bellissimo Hugo Cabret meritava di più, per la poeticità della sua storia e per il grande omaggio che rende alla storia del cinema, con le sue citazioni e la meravigliosa regia e scenografia, che sfrutta ampiamente tutte le possibilità del 3D.

All’ultimo Woody Allen va la statuetta per la migliore sceneggiatura originale: un altro film che ritorna al passato, raccontando la nostalgia dell’ennesimo protagonista alter-ego di Allen per la Parigi degli anni ’30.

Così come il protagonista sognatore di Midnight in Paris crede in un passato migliore del presente, la vittoria di The Artist, il film “fatto come una volta” sembra guardare  all’antico mito dell’età dell’oro del cinema, quando i mezzi espressivi erano limitati ma la creatività era straordinaria.