Pubblicato il: Mar, Giu 5th, 2012

Ventitré anni fa, piazza Tienanmen: la Città Proibita ancora non riconosce la strage

di Chiara Gagliardi

Una veduta di Tienanmen, la porta della Città Proibita da cui la piazza prende il nome

La chiamano “Porta della Pace Celeste”: è il reale ingresso della Città Proibita, quel palazzo imperiale, dove albergavano le “divine” dinastie imperatrici. Oggi, dal giorno della sua morte, un grande ritratto di Mao Tse-Tung capeggia sopra l’ingresso, quasi a guardare tutti i cittadini cinesi che passano nella grande piazza sottostante. È diventato famoso il suo tipico colore rosso, in contrasto con il giallo (colore-simbolo del potere divino) dei tetti. A Pechino è tuttavia vietato ricordare, o anche solo accennare, a quell’altro colore rosso che ventitré anni fa tinse il selciato di Piazza Tienanmen. Nonostante il nome, Piazza Tienanmen non è stata un luogo “di pace celeste”. Di sicuro, ha ospitato eventi storici per la Cina: fulcro del potere imperiale e religioso nei secoli passati, nel 1949 ha visto lo stesso Mao proclamare la Repubblica Popolare Cinese. Ma, soprattutto, Piazza Tienanmen è stata il teatro di uno dei fatti più controversi e sanguinosi del ventesimo secolo. Piazza Tienanmen è il cuore dei movimenti, della rivolta del popolo cinese contro la politica. È il teatro della protesta studentesca del 1989, quando molti ragazzi si schierarono contro l’allora leader Deng Xiaoping; quella protesta finita in tragedia.

È il 4 giugno 1989: gli studenti già occupano la Piazza da venti giorni. È un periodo caldo, in cui crescono le rivolte. Dalla morte del politico Hu Yaobang, sostenuto dai riformisti, i ragazzi chiedono con forza una maggiore libertà culturale e di espressione, soprattutto nei confronti dei media, accusati di distorcere le loro azioni. Dal 16 maggio gli studenti scendono nella piazza principale di Pechino e la occupano, continuando a farsi sentire. La reazione molto discussa di Deng Xiaoping non si fa attendere: nella notte del 3 giugno, i carri armati cominciano a muoversi verso la piazza. I cingolati fronteggiano gli studenti, si assestano un attimo, aprono il fuoco. È un massacro di civili e giovani anime, per aver semplicemente fatto sentire la loro voce. La foto dello sconosciuto studente che fronteggia da solo i carri armati, bloccando la strada, fa il giro il mondo. Il destino di quel ragazzo è sconosciuto, ma si sa fin troppo bene cosa accadde agli altri: Amnesty International stima che, nella notte di Piazza Tienanmen, siano morte circa 1000 persone.

Lo studente che, da solo, bloccò i carri armati che entravano in città

La reazione europea non si fa attendere, e i rapporti con la Cina diventano sempre più tesi: mentre Deng Xiaoping si assume l’intera responsabilità del massacro, adducendo come causa “il tentativo di rovesciare la Repubblica Popolare Cinese”, i vicini Stati europei decidono di non fornire più le armi e di bloccare le esportazioni. Solo i media cinesi riportano una parziale versione dei fatti: l’accesso, per i giornalisti di tutto il mondo, è bloccato. E ciò che sconvolge è che la strage di Piazza Tienanmen, per la Cina, è ancora oggi un elemento tabù. Su internet si trovano solo poche e parziali informazioni (fino a qualche anno fa, Google e i principali motori di ricerca avevano accettato di oscurare determinati siti per gli utenti cinesi). La manifestazione per il ricordo delle vittime si è tenuta a Hong Kong: i pochi movimenti sorti in Cina sono stati subito fermati. La polizia limita la libertà di movimento di alcuni personaggi chiave nel ricordo del massacro, fra cui Ding Zilin, fondatrice delle “Madri di Tienanmen”, che perse il figlio in quel drammatico 4 giugno. Anche la libertà di commemorare pacificamente i loro perduti figli è negata a queste madri. Una coltre di silenzio ovattato ricopre da allora i ragazzi di Piazza Tienanmen. Pechino non ha ancora compreso che non si può nascondere il rosso del loro sangue sotto il bianco del silenzio e della censura.

Fuori dalla Cina, non si può che ricordare il giorno del massacro con un velo di tristezza e di rabbia. Troppi sono gli episodi in cui una protesta sfocia in tragedia, e non ci si abitua mai a quelle immagini di urla, determinazione e dolore. Troppi eventi, e non solo in Cina, in cui il governo ha preferito schiacciare come fastidiosi insetti i manifestanti, invece di ascoltare le loro ragioni e di tenerne conto nelle successive decisioni. Troppe volte i fucili e i manganelli hanno sostituito la libera espressione di una protesta, sacrosanto diritto dell’essere umano in quanto tale. Troppi casi in cui i media hanno insabbiato ciò che è realmente successo, e la burocrazia pare affossarsi. Troppi tentativi andati a vuoto di avere la possibilità di ricordare, per poi evitare. Fuori dalla Cina, le urla; ma dentro la Città Proibita, è ancora silenzio.