Pubblicato il: ven, Ott 24th, 2014

Ebola: #IAmALiberianNotAVirus, campagna Twitter contro l’intolleranza

di Giulia Mazzetto

Shoana Solomon, promotrice della campagna

Parte da Twitter la campagna dei giovani liberiani per combattere i pregiudizi legati al contagio di Ebola: decine di ragazze e ragazzi, sparsi in tutto il mondo ma accomunati dalla provenienza dal paese africano tristemente noto alle cronache in questo periodo, hanno postato sul social network foto nelle quali mostrano cartelli con l’hashtag #IamALiberianNotAVirus, ovvero “Sono un cittadino liberiano, una persona, non un Virus”. L’iniziativa mira a coinvolgere anche i cittadini di Guinea, Sierra Leone e Nigeria, per arginare le numerose stigmatizzazioni nei confronti dei cittadini dell’Africa occidentale, spesso considerati portatori del Virus soltanto perché provenienti da Paesi dove Ebola ha trovato una rapida e vasta diffusione.

A lanciare l’idea è stata Shoana Clarke Solomon, fotografa e conduttrice televisiva statunitense di origine liberiana, che un giorno ha visto la figlia di nove anni tornare a casa da scuola in lacrime per le pesanti discriminazioni subite a causa della sua provenienza, raccontando di essere stata identificata dai compagni ma anche da qualche genitore come una “probabile malata di Ebola”. La donna ha quindi promosso un video (visibile in fondo all’articolo) per dire no ai pregiudizi legati al contagio del Virus, perché il rischio che la psicosi travolga il buonsenso, sorretta da pregiudizi mai sopiti contro la popolazione afroamericana, è molto elevato e potrebbe presto estendersi a macchia d’olio.

Ne è ben consapevole la comunità liberiana che come lei vive a New York e che proprio a Staten Island ha insediato uno dei gruppi più numerosi, diventando con le sue 10mila persone la più grande al di fuori del paese africano: le statistiche infatti dicono che da quando è iniziata la paura per il contagio sono sensibilmente aumentati gli episodi di razzismo e di intolleranza verso i cittadini liberiani del quartiere. La guida della comunità, Oretha Bestman-Yates, ha raccontato che dopo essersi recata in Liberia a luglio per visitare i suoi due nipoti è stata licenziata, a suo dire con un pretesto, dall’ospedale in cui lavorava, perdendo così la sua unica fonte di sostentamento e aggiungendo che anche suo figlio di 6 anni a scuola è stato frequentemente oggetto di episodi di bullismo, derivanti esclusivamente dal suo essere liberiano.

Sembra dunque che Ebola stia diventando sempre più un problema sociale, oltre che di salute pubblica, come dimostra l’aumento rilevato nelle ultime settimane dei casi di violenza e di discriminazione nei confronti degli immigrati africani, negli Stati Uniti ma anche in vari paesi europei. La campagna lanciata dalla comunità newyorkese in pochi giorni è quindi diventata virale, e sono tantissimi i tweets arrivati in segno di solidarietà, perché la situazione non offra il fianco al fantasma della discriminazione razziale e la paura, mutevole come il Virus, non si trasformi in intolleranza.