Pubblicato il: mar, Ott 14th, 2014

Obiezione di coscienza: dopo la decisione del TAR Lazio quale strada per il diritto?

di Adalgisa Marrocco

Dopo l’episodio di obiezione di coscienza verificatosi nel pavese qualche giorno fa, è giunta notizia di una dottoressa vicentina che ha negato la cosiddetta ‘pillola del giorno dopo’ ad una coppia di fidanzati. In entrambi i casi, personale infermieristico e medico ha negato l’accesso alla contraccezione di emergenza. L’episodio di Pavia si configura come violazione ancor più grave della Legge 194, dato che il diritto all’obiezione è generalmente concessa al personale medico, ma non a infermieri e/o farmacisti. In materia di obiezione di coscienza la Regione Lazio però tiene a ribadire la sua posizione: confermato il decreto che obbliga il personale sanitario obiettore di coscienza dei consultori pubblici a rilasciare il certificato che consente l’aborto e a prescrivere e/o somministrare contraccettivi, anche di emergenza.

A deciderlo è stato il TAR del Lazio, pronunciandosi su due ricorsi presentati con l’intento di veder sospeso il decreto emanato dal governatore Nicola Zingaretti, in qualità di Commissario sanitario ad acta. Un appello era stato inoltrato dalla Federazione Nazionale dei Centri e Movimenti per la Vita d’Italia, dall’Associazione Nazionale dei Medici Cattolici, dall’AMCI e dall’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici; l’altro portava la firma dell’Associazione Giuristi per la Vita.

Il Tribunale Amministrativo Regionale non ha giudicato valide le basi per l’accoglimento della richiesta cautelare di sospensione del provvedimento che, nel giugno scorso, aveva imposto anche ai medici obiettori operanti nei consultori familiari di prescrivere ‘pillola del giorno dopo’, applicare la spirale e rilasciare il certificato medico che attesta la volontà di aborto. Il presupposto del decreto è che l’obiezione di coscienza possa riguardare solo l’interruzione volontaria di gravidanza vera e propria, escludendo qualsivoglia metodo contraccettivo e dichiarazione/certificato di natura medica. Insomma, la disposizione difende la Legge 194, insieme ai diritti della donna e delle coppie.

«In merito all’esercizio dell’obiezione di coscienza si ribadisce come questa riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza. Il personale del consultorio familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo nell’attività di certificazione», questo uno dei punti salienti del decreto emanato dalla Regione Lazio.

All’indomani della sentenza, il governatore Zingaretti ha dichiarato: «Nell’attesa di veder confermata la decisione in sede di merito, possiamo ben dire che le regole che si è data la Regione Lazio non sono frutto di una battaglia ideologica, ma di un ragionevole bilanciamento dei diritti coinvolti». Eppure, ai piani alti dell’ente regionale, c’è chi non si preoccupa di celare il proprio malcontento. Olimpia Tarzia, vicepresidente della Commissione Cultura del Lazio, parla di «una brutta pagina per il diritto» che, se venisse convalidata, si configurerebbe come «un vero e proprio attentato alla libertà individuale di migliaia di medici e operatori sanitari, ai quali è stato imposto di certificare e partecipare al processo che porta all’aborto contro la propria volontà».

Non resta che attendere: il sentiero tracciato dal governatore Zingaretti farà scuola o tornerà ad essere coperto dalla prassi?