Pubblicato il: lun, Ott 13th, 2014

Insetticidi e salute delle api: intervista al dott. Francesco Nazzi

di Iole Vicinanza

Desiderato Annoscia e Francesco Nazzi.

I dati che l’apicoltura italiana ha registrato per il 2014, si sa, sono pessimi. Molti apicoltori hanno confermato un calo della produzione di miele attorno al 70%, senza contare le morie di api, gli avvelenamenti e diverse anomalie osservate nel comportamento dei piccoli pronubi.

Il clima ha fatto la sua parte: se da un lato l’inverno mite ha probabilmente favorito la varroa, dall’altro le violente piogge primaverili hanno danneggiato alcune fioriture e quindi ridotto l’importazione nettarifera e di conseguenza la produzione.

Ancor più preoccupante è però lo spopolamento denunciato dagli addetti ai lavori che in gran numero hanno puntato l’indice contro il Ministero della Salute, colpevole di aver autorizzato, con decreto del 5 dicembre 2013, l’uso del neonicotinoide Thiacloprid. Comunque li si chiami sarebbero questi prodotti, i neonicotinoidi, gli indiziati numero uno, accusati appunto di aver decimato interi alveari.

Farsi travolgere dalla secolare diatriba tra apicoltori e agricoltori, soprattutto coltivatori di mais, non è così difficile, ecco perché abbiamo preferito rifarci a una fonte di indiscussa attendibilità, il dott. Francesco Nazzi, ricercatore presso il “Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali” dell’Università di Udine, nonché vincitore del Cozzarelli Prize 2013, sezione Scienze ambientali, agricoltura e biologia applicata, per lo studio condotto in collaborazione con l’Università di Bologna e la Federico II di Napoli (soggetto coordinatore) intitolato “Neonicotinoid clothianidin adversely affects insect immunity and promotes replication of a viral pathogen in honey bees”.

Dott. Nazzi, il premio arriva al momento opportuno. Dopo le accese discussioni in Comunità Europea e i risvolti successivi in patria, sarà forse questa ricerca a mettere fine all’uso dei neonicotinoidi?

Preciso sin da subito che lo studio non è nato per questo ed effettivamente la potenziale nocività dei neonicotinoidi è solo uno degli aspetti indagati.

La ricerca rientra nell’ambito del progetto APENET, iniziato nel 2009 e terminato nel 2011, incentrato sulla salute delle api. In quell’occasione, sempre in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli, è nato lo studio dedicato agli effetti della varroa. Quella ricerca ha permesso di verificare che, a causa dell’acaro, l’ape risulta incapace di controllare i virus patogeni che normalmente albergano in condizioni latenti, subendo così delle esplosioni virali che si sviluppano con tutte le conseguenze del caso.

Su quella base abbiamo postulato un modello d’interazione tra i diversi agenti di stress tra cui, appunto, la varroa, i neonicotinoidi, la nutrizione e diversi altri che, interferendo con il sistema immunitario dell’ape, possono provocare indirettamente proliferazioni virali incontrollate.

Una volta scoperto, grazie alla letteratura scientifica, l’esistenza di dati su come gli insetticidi neonicotinoidi possono interferire con i componenti del sistema immunitario dei molluschi, abbiamo verificato l’esistenza di meccanismi simili prima sul moscerino della frutta (Drosophila melanogaster), insetto facilmente manipolabile e comunemente usato per verificare ipotesi scientifiche, poi sulle api.

Quali insetticidi avete usato nella sperimentazione?

Tra i neonicotinoidi abbiamo studiato il Clothianidin e l’Imidacropid, e contestualmente abbiamo scelto un altro insetticida non appartenente alla famiglia dei neonicotinoidi. Avendo verificato le nostre tesi su entrambi i neonicotinoidi e non sul terzo insetticida, abbiamo ipotizzato che l’azione negativa sulle api fosse causata proprio dai neonicotinoidi in generale, pur non avendo condotto lo studio su ognuno di essi.

Parliamo di legislazione europea: già nel gennaio del 2013, dopo la pubblicazione di un rapporto firmato EFSA (European Food and Security Authority) si discuteva in Commissione Europea la messa al bando per due anni di tre neonicotinoidi (Imidacloprid, Clothianidin e Thiamethoxam) su quattro colture specifiche, in quanto più attrattive per le api, ovvero mais, colza, girasole e cotone. Considerando però che i neonicotinoidi rimangono nell’ambiente anche più di 6000 giorni, un bando così limitato nel tempo non rischia di essere inefficace?

Non azzarderei una simile ipotesi. Il fatto che il Clothianidin, piuttosto che un altro neonicotinoide, rimanga nell’ambiente per un lasso di tempo così lungo non comporta necessariamente che esso persista sui fiori per tutto quel tempo e che dunque l’ape possa venirne a contatto. Diciamo che il bando, così come è entrato in vigore a giugno 2013, dovrebbe poter aiutare, fermo restando che non si tratta di una soluzione totale.

Va detto che sui neonicotinoidi si sta polarizzando il dibattito, portato avanti sia da apicoltori che da vari movimenti ambientalisti. Questo ha contribuito a diffondere l’idea che i neonicotinoidi siano responsabili della moria delle api; concetto vero, ma solo in parte. I neonicotinoidi possono contribuire ad aumentare la moria delle api, sicuramente possono essere causa di avvelenamenti primaverili e dei conseguenti altri effetti nocivi, ma non si può pensare che siano l’unica causa di quanto oggi succede alle api, né si può pensare che i problemi si risolvano togliendoli definitivamente dal mercato e vietandone ogni uso. Quello che noi abbiamo cercato di comunicare attraverso il nostro studio è proprio questo: gli effetti subletali causati da queste sostanze sono relativamente imprevedibili, quindi in fase di verifica sulla sicurezza di questi prodotti, occorre tener presenti molti aspetti e guardarsi bene dall’escludere per via definitiva che un prodotto sia nocivo. Da qui deriva il discorso sul principio di precauzione: se siamo consapevoli dei rischi e dei benefici è un conto, ma se la competenza non è completa allora…

Ma l’EFSA dovrebbe avere questa e altri tipi di competenze, giusto?

L’EFSA non ha potuto far altro che affidarsi ai dati e alle ricerche esistenti, eseguendo una revisione di tutta la letteratura scientifica presente sull’argomento. Ovviamente, quanto stabilito sul rapporto deriva dai dati usati e dalle ricerche sottoposte al vaglio dei consulenti scientifici, ma per tematiche di studio non ancora affrontate, seppur correlate alle esistenti, l’EFSA non ha potuto stabilire nulla.

Lo European Beekeeping Coordination, in collaborazione con Slow Food, ha pubblicato una serie di argomentazioni a favore di una ferma e risolutiva azione delle istituzioni contro i neonicotinoidi. Tra i punti trattati c’è anche la perdita economica derivante dalla grande moria di api, quantificata a oltre 28 miliardi e mezzo di dollari l’anno.

Questo dato penso sia riferito all’impollinazione: si consideri che il 75% delle colture importanti per l’alimentazione umana ha bisogno di impollinatori, quindi, prima che nuovi insetticidi vengano approvati e immessi sul mercato, bisogna verificare scrupolosamente che essi non causino effetti collaterali sui pronubi, altrimenti gli effetti indiretti sulla produzione agricola, che per inciso è la produzione che si vuole tutelare proprio attraverso i neonicotinoidi, non tarderanno ad arrivare.

Inoltre, le morie delle api non hanno effetto solo nell’ambito produttivo visto che i pronubi sono responsabili anche della proliferazione di molte piante spontanee; sebbene le conseguenze sulla biodiversità siano difficili da stimare, non possiamo escludere che ve ne siano.

Dicendola con parole semplici: se è vero che i pronubi esistono perché ci sono le piante con i fiori, allora è altrettanto vero il contrario.

È giusto far presente che, benché le api siano molto sfortunate oggi, almeno loro godono di quell’attenzione mediatica e scientifica che altri insetti pronubi e altrettanto utili non hanno.

Ha anticipato la mia domanda, dott. Nazzi. Crede che i risultati della ricerca in oggetto potrebbero essere ritenuti validi in generale per i pronubi?

Noi non l’abbiamo verificato, ma il fatto che il meccanismo funzioni sia nell’ape sia nel moscerino della frutta lascia supporre che l’effetto riguardi tutti gli organismi imparentati con le api. Bisognerebbe piuttosto chiedersi se tutti i pronubi ospitino gli stessi virus delle api, e quindi capire se e come sussiste il gioco neonicotinoidi-immunità. In merito sono stati condotti degli studi sui bombi che ne hanno documentato le infezioni virali; di conseguenza quanto asserito prima è altamente probabile.

Tornando alla messa al bando decisa in Commissione Europea, probabilmente la scelta dei due anni si basa sulla domanda: questi danni subletali possono ritenersi così importanti da causare una moria di api significativa a livello ambientale? Ora, dimostrare questo è molto difficile sebbene sia teoricamente possibile, ma attenzione, solo teoricamente. Le sperimentazioni che noi conduciamo avvengono in laboratorio, dove sappiamo di poter controllare numerosi fattori. Contrariamente, una dimostrazione condotta sul campo non garantisce un simile controllo delle variabili e delle loro possibili interazioni. In realtà la dimostrazione causale in campo, oltre ad essere difficile, potrebbe anche essere non conclusiva perché per ogni conclusione valida in un certo luogo e in certo tempo si potrebbe negare l’evidenza in un altro contesto.

Ipotizzerei che la messa al bando dei neonicotinoidi è biennale perché probabilmente si è voluto tenere in considerazione le evidenze scientifiche disponibili e le considerazioni di chi ne mette in discussione effetti e benefici. Credo si tratti di un compromesso temporale, utile per lo più ad avere maggior chiarezza sul processo in essere e sulle future scelte da fare.

Mi spiego meglio: noi sappiamo grazie al modello d’interazione di cui parlavamo prima, che la moria delle api dipende da molti fattori e dai mille modi in cui essi interagiscono tra loro. Considerando l’annata particolare, che ha registrato dati disastrosi, con molto meno miele e molti più acari, sarà difficile poter dire se il bando è stato o meno efficace durante questo primo anno, perché va considerata appunta l’atipicità del 2014, caratterizzato da un inverno molto più caldo della media che ha permesso alla varroa di iniziare a riprodursi prima, con le ormai note conseguenze sul sistema immunitario e le esplosioni virali di cui parlavamo all’inizio. L’anno prossimo, per ipotesi, la situazione potrebbe ribaltarsi, magari sempre a causa delle condizioni meteorologiche, ma indipendentemente dai neonicotinoidi.

Il dott. Nazzi ha così spiegato la ricerca, evidenziando che i neonicotinoidi sono uno dei potenziali fattori dell’indebolimento del sistema immunitario delle api e quindi contribuiscono a causare i conseguenti attacchi virali. Ma vanno considerate anche altre concause. Il ricercatore è infatti già impegnato con l’Università di Napoli in uno studio sull’alimentazione delle api come ulteriore fattore chiave nel rapporto virus-immunità, lavoro che sicuramente potrà ambire ad altri prestigiosi riconoscimenti internazionali.