Pubblicato il: mer, Set 10th, 2014

Proteste fast food: cosa chiedono i lavoratori dall’America all’Italia

di Giulia Mazzetto

Le proteste dei dipendenti dei fast food continuano, dall’America all’Italia: ma cosa chiedono le lavoratrici e i lavoratori? Non si tratta solo di aumento salariale ma di ottenere diritti fondamentali. Ecco come e perché è nata la protesta, come si è espansa fino a noi e il suo carattere non violento.

Un'impiegata di McDonald (Fonte freeopinionist.com)

Un’impiegata di McDonald.

Lavorano per 7,25 dollari l’ora, percependo quindi uno stipendio annuo di appena 15.000 dollari: decisamente esiguo per riuscire a mantenere una famiglia, e sono inoltre soggetti ad orari imprevedibili, organizzati in modo tale da impedire possibilità di straordinari e pause, il più delle volte senza alcuna tutela né garanzia sindacale. Protestano per cambiare questa situazione i dipendenti dei fast food che lavorano in una sterminata galassia di realtà tipicamente americane, ma ormai esportate in tutto il mondo. Gli impieghi nel settore sono considerati tradizionalmente come fonte di occupazione per adolescenti e studenti part-time, alla ricerca di un’occupazione temporanea, ma recenti statistiche hanno dimostrato che, a causa della crisi, in un numero sempre crescente di fast food lavorano per lo più adulti, in prevalenza donne ed immigrati che stentano a sopravvivere con gli stipendi forniti e sono perciò costretti a cercare un secondo e a volte addirittura un terzo lavoro.

Le manifestazioni, che hanno preso il via nel 2012 dall’agitazione locale di un McDonald’s di Manhattan, sono progressivamente diventate più grandi e hanno contribuito a riaprire il dibattito sul salario minimo anche a livello federale, nonostante la normativa inerente ai minimi salariali dipenda dalle amministrazioni locali e Washington detenga la giurisdizione esclusivamente sugli stipendi dei dipendenti statali. I lavoratori delle catene di fast food hanno infatti affinato e sempre meglio organizzato le loro proteste, ispirandosi alle lotte non violente per i diritti civili condotte dagli afro-americani dagli anni Sessanta in poi, e mutuando le tecniche della disobbedienza civile da quelle per la sindacalizzazione dei braccianti di Cesar Chavez.

Due donne vengono fermate durante le proteste. (Fonte: dirittiglobali.it)

Due donne vengono fermate durante le proteste.

Le rivendicazioni degli scioperanti ad una prima superficiale occhiata potrebbero ridursi alle richieste di aumento del livello minimo salariale da 7,25 a 15 dollari l’ora, ma in realtà il traguardo più rilevante a cui ambiscono i manifestanti riguarda il raggiungimento di un’assistenza sanitaria adeguata e soprattutto l’ottenimento della possibilità di riunirsi sotto l’egida di proprie sigle sindacali, diritto ad ora precluso a questa categoria di lavoratori perché tecnicamente dipendente dai singoli titolari dei franchising e non direttamente dalle grandi catene, prime fra tutte McDonald’s, Burger King, Wendy’s e KFC. Attualmente i dipendenti dei fast food sono rigorosamente non sindacalizzati, con i prevedibili abusi che ne derivano, non solo salariali ma anche disciplinari, riguardanti episodi di mobbing e organizzazione del lavoro assai discutibile. Le grandi corporation dal canto loro sono assolutamente contrarie ad ogni tentativo di cambiamento di prospettiva, avendo alti interessi al mantenimento di questo ampio bacino di manovalanza sostanzialmente a buon mercato.

La mobilitazione è portata avanti da diverse coalizioni locali, coordinate da un comitato denominato “Fast Food Forward”, con propri profili Facebook e Twitter, utilizzati per propagandare le iniziative e diffondere il messaggio. In più, nelle ultime proteste del 4 settembre a Detroit, ha trovato anche il sostegno finanziario del Service Employees International Union (Seiu), sindacato americano con oltre 2 milioni di iscritti del settore terziario, prevalentemente negli ambiti di sicurezza, sanità, pulizie e ristorazione, che ora punta a coinvolgere anche i 4 milioni di americani che lavorano nei fast food, fino ad ora rappresentati solo a livello frammentario.

Dall’America all’Europa, dall’Europa all’Italia

La campagna, partita dagli Stati Uniti, è riuscita ad espandersi, coinvolgendo diverse parti del mondo, prima diffondendosi rapidamente lungo tutto il territorio americano e infine sbarcando anche negli altri continenti. Il 15 maggio scorso sono stati ben 33 i paesi in cui si sono svolte manifestazioni ed iniziative: la global action è stata lanciata durante primo meeting internazionale organizzato a New York dall‘International Union of Food, Agricultural, Hotel, Restaurant, Catering, Tobacco and Allied Workers’ Associationism (Iuf), al quale hanno partecipato i rappresentanti sindacali dei lavoratori di fast food di tutto il mondo. Anche in Italia, uno dei cinque paesi europei che aderisce alla protesta insieme a Gran Bretagna, Svizzera, Belgio e Irlanda, la campagna #FastFoodGlobal è stata appoggiata dalla Filcams-Cgil, sindacato nazionale di settore, che ha ribadito “il proprio impegno a dare visibilità a questa importante e storica campagna di lotta”, fatta di incontri e dibattiti, volantinaggi documentativi, flash mob e scioperi.

La scelta della protesta non violenta

Un lavoratore di fast-food protesta davanti ad un McDonald's. (Fonte: clashcityworkers.org)

Un lavoratore di fast-food protesta davanti ad un McDonald’s.

I manifestanti si dispongono in sit-in dinnanzi ai fast food, scandendo slogan come “LowPayIsNotOk” e “FightFor15$”, formando dei cordoni umani che le forze dell’ordine per disperdere è obbligata a sollevare di peso. Gli organizzatori hanno dichiarato che, fino ad ora, almeno 500 persone sono state fermate dalla polizia intervenuta per sgomberare i lavoratori occupanti gli ingressi dei fast food che in molti casi bloccavano il traffico, tra le quali anche una parlamentare democratica del Wisconsin, Gwen Moore. Il leitmotiv delle manifestazioni è la non violenza, l’intento di dimostrare che una protesta può essere pacifica ma allo stesso tempo ugualmente determinata e il coordinatore di Fff, Kenny Kendall, ha comunicato che in una ventina di città americane vengono addirittura gestiti dei corsi ad hoc per istruire i lavoratori sulle modalità di lotta non violenta.

Le modalità della protesta piacciono anche al Presidente Obama che le ha citate a Milwaukee nel suo discorso per il Labor Day, la festa dei lavoratori americani svoltasi lunedì scorso, auspicando una soddisfacente risoluzione della contesa ed elogiando la tenacia pacifica del movimento. Obama ha dichiarato che “l’America si merita un aumento”, attaccando in modo diretto i repubblicani, rei a suo dire di bloccare la legge di proposta dem arenata al Congresso per l’approvazione di un aumento del salario minimo sindacale a 10,10 dollari l’ora, sottolineando inoltre che l’aumento sarebbe utile anche per la ripresa economica del Paese, portando ad una crescita della domanda e introducendo così un argomento che sarà sicuramente centrale per la campagna elettorale democratica in vista delle elezioni midterm di novembre.