Pubblicato il: ven, Giu 6th, 2014

«Io sto con la sposa »: ribellione e speranza attraverso l’Europa

di Stefania Manservigi

«Quale poliziotto chiederebbe mai i documenti ad una sposa?»

Una sposa, un matrimonio, un corteo di invitati. Una storia di ribellione civile e di speranza. Una storia di solidarietà e di amore avente per protagonista chi non crede nelle leggi che dividono e abbandonano, ma crede che si è tutti uguali sotto lo stesso cielo. La storia di chi vede nel Mediterraneo una porta che unisce e non che divide. Un’opportunità di vita, e non di morte.

Questo e molto altro è «Io sto con la sposa» («On the bride’s side») il film – documentario nato dall’impegno e dalla voglia di denuncia di Gabriele Del Grande, giornalista, Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, che si sono improvvisati registi in questo grande progetto umano.

L’idea è nata casualmente in un pomeriggio di fine ottobre alla stazione centrale di Milano dove i tre registi si erano trovati per un caffè. Così spiega Gabriele Del Grande «Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre». Uno dei tanti siriani che, dallo scoppio della guerra civile, arrivano sulle nostre coste con il desiderio di raggiungere il Nord Europa. «Siamo diventati amici e abbiamo deciso di aiutarlo».

Il primo passo per aiutare quel ragazzo siriano e tutti coloro che stavano scappando dalla guerra in cerca di una vita migliore era trovare uno stratagemma per superare le frontiere. La risposta, in questo caso, si trovava in una semplice domanda: «Quale poliziotto chiederebbe mai i documenti ad una sposa?». Ed ecco l’idea: creare un finto corteo matrimoniale che avrebbe attraversato il cuore dell’Europa, fino ad arrivare in Svezia.

Un matrimonio finto, dunque, per una storia vera. Drammatica, a tratti folle magari, ma coraggiosa. E pur sempre vera. Una storia fatta di tante storie; la storia di Abu Nawwar e Umm Nawwar sposati da 28 anni, con tre figli in Libia, fuggiti dal centro di accoglienza di Lampedusa per raggiungere il corteo della speranza; la sposa Tasneem, attivista palestinese – siriana del campo di Yarmouk a Damasco; Manar e suo padre Alaa, palestinesi – siriani del campo di Yarmouk a Damasco, arrivati in Sicilia a settembre 2013 dopo 12 giorni alla deriva su un vecchio peschereccio salpato dall’Egitto. Alaa ha 45 anni e ha lasciato in Siria la moglie e due dei tre figli. Ha deciso di portare con sé Manar perché è convinto che in Europa possa diventare un rapper di successo; Abdallah ragazzo palestinese – siriano di trent’anni, studente che prima della guerra stava terminando i suoi studi in letteratura inglese. Due settimane prima dell’incontro con i registi aveva visto morire in mare 250 dei passeggeri della barca con cui aveva attraversato il Mediterraneo.

«Quando abbiamo conosciuto Abdallah, Manar, Alaa, Mona, Ahmed e Tasnim ci è sembrato che non potevamo non fare quel salto nel vuoto. Prima di partire ci siamo travestiti, dovevamo trovare abiti eleganti in fretta, andare dal parrucchiere. Poi il 14 novembre all’alba ci siamo incontrati davanti alla stazione centrale di Milano: eravamo 23 tra ragazzi e ragazze. Amici italiani, palestinesi e siriani. Chi con i documenti, chi senza, ma tutti vestiti eleganti come se stessimo davvero andando a un matrimonio.»

«Io sto con la sposa» è il film – documentario di denuncia contro le leggi che dividono le donne e gli uomini in legali e in illegali.

E così è iniziato il viaggio attraverso l’Europa, con le sue difficoltà. «La frontiera tra l’Italia, la Svizzera e l’Austria è controllatissima, quindi siamo passati dalla Francia, da Ventimiglia, e abbiamo passato a piedi quello che viene chiamato il Passo della Morte: è un sentiero abbandonato, l’abbiamo percorso in pieno giorno, avevamo paura ma non abbiamo incontrato nessuno a parte un paio di volanti della polizia di frontiera. Non c’erano posti di blocco. Abbiamo avuto paura, eravamo tesi soprattutto alle frontiere: tutti rischiavamo qualche cosa, sia gli italiani che i siriani, non c’era un “noi” e un “loro”. Alla sera si festeggiava: a Marsiglia siamo andati in una locanda, abbiamo cantato tutti insieme.»

Il viaggio di questo finto corteo matrimoniale è poi proseguito attraverso la Francia, la Germania, la Danimarca fino ad approdare in Svezia, diventando un documentario, «Io sto con la sposa», finanziato e prodotto attraverso il sistema del crowdfunding. Ed è grazie al sostegno, anche economico, al progetto, che «Io sto con la sposa» approderà al festival di Venezia.

Un atto di ribellione che, tuttavia, potrebbe costare ai tre registi una condanna a un massimo di 15 anni di reclusione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La consapevolezza del rischio non ha però fermato gli autori che sognano un Mediterraneo di pace, «un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali», un futuro senza crimini di viaggio né morti in frontiera. «Perché abbiamo visto la guerra in Siria con i nostri occhi, e aiutare anche una sola persona ad uscire da quel mare di sangue, ci fa sentire dalla parte del giusto».

«Io sto con la sposa» è il documentario di quello che accade quotidianamente sulle nostre coste; un film che obbliga ad aprire gli occhi e a non girarsi sempre dall’altra parte, a prendere una posizione dinanzi all’orrore di chi cerca la vita e trova la morte, di chi viene trattato come criminale solo perché vuole sperare nella possibilità di un futuro migliore, lontano dalla guerra. «Io sto con la sposa» obbliga a scegliere se stare con leggi che hanno molte vite umane sulla coscienza o stare con la sposa. «Io sto con la sposa».