Pubblicato il: mar, Mar 18th, 2014

Venezuela, pugno duro del governo contro gli studenti

di Giulia Mazzetto

Gli studenti che protestano in Plaza Altamira, a Caracas.

La sera del 16 marzo, il Presidente Nicolàs Maduro, successore di Chavez, in un messaggio televisivo ha lanciato un perentorio ultimatum affinché entro poche ore Plaza Altamira, baluardo delle proteste anti governative, fosse sgomberata. L’unico risultato ottenuto è stato l’ennesimo giorno di alta tensione a Caracas, visto il fermo rifiuto espresso dai manifestanti.

Le manifestazioni antigovernative in Venezuela sono scoppiate lo scorso 4 febbraio quando gli studenti di Caracas hanno cominciato a scendere in piazza per protestare contro la crescente inflazione e l’alto tasso di criminalità. Da allora, secondo il governo, negli scontri sono morte almeno 25 persone. Nel mirino delle ultime proteste è subentrata la cosiddetta “cubanizzazione” del Venezuela, cioè l’ingerenza politica ed economica del governo dell’Avana nel Paese bolivariano.

La risposta del governo all’ultimatum di Maduro si è puntualmente verificata con centinaia di agenti della Gnb (Guardia Nazionale Bolivariana) che, arrivati sul posto, hanno sgomberato le “guarimbas” (barricate) e arrestato almeno una decina di persone. Il ministro degli Interni, Miguel Rodriguez Torres, ha coordinato personalmente l’operazione chiamata “liberazione e pacificazione” e ne ha annunciato il successo in diretta su Twitter, intorno alle 5.30 del mattino, pubblicando una foto che lo ritrae mentre fa colazione tranquillamente in un bar della piazza stessa assieme al ministro della Comunicazione, Delcy Rodriguez.

Secondo le notizie riportate, le forze dell’ordine avrebbero fatto largo uso di lacrimogeni e proiettili di gomma, mentre i manifestanti avrebbero risposto con lanci di sassi e bottiglie incendiarie. Alle forze di polizia in assetto antisommossa si sono aggiunte anche squadre paramilitari che sostengono Maduro e manifestanti in supporto del Presidente che hanno avviato una vera e propria “caccia all’uomo” nei confronti degli anti-chavisti.

Accorso sul luogo, Ramon Muchacho, sindaco oppositore di Chacao, il comune nel quale si trova la piazza, ha precisato di non essere stato avvertito dell’operazione e ha espresso una forte preoccupazione per un dispiegamento militare di tale portata, aggiungendo che la situazione non è affatto sintomo di normalità, come vorrebbe far credere il Presidente. In risposta all’operazione di “pacificazione”, il leader studentesco Juan Requesens ha poi pubblicato su Twitter un breve ma provocatorio messaggio nel quale proclama che «ci vorranno 60 milioni di militari per toglierci dalle piazze».

Le manifestazioni degli studenti sono più o meno una costante nella storia recente del Venezuela, ma una partecipazione così ampia e diffusa come quella delle ultime settimane indica che le proteste si stanno trasformando in qualcosa di diverso: gli account Twitter Noticias sin Censura e Anonymous testimoniano che la Guardia Nacional di Maduro pesta a sangue gli studenti e li lascia agonizzanti per terra, affermando di difendere il popolo dall’assalto imperialista. Il governo non sembra più in grado di mantenere l’ordine e la carenza di beni di prima necessità rischia di aumentare le fila di chi chiede un rovesciamento dello status quo, che, viste le premesse, difficilmente sarà ottenuto in maniera pacifica.

Alle proteste non viene dato troppo risalto sui media nazionali, risultando sempre più difficile anche l’informazione da parte dei giornalisti stranieri. Tuttavia, la rivolta viaggia veloce in Rete: c’è Alfredo Romero, avvocato e attivista per i diritti umani, nonché direttore della Ong Foro Penal Venezolano, che denuncia i maltrattamenti subiti dagli studenti; ci sono poi le “damas de blanco” capitanate da Lilian Tintori, moglie del leader dell’opposizione Leopoldo Lopez, entrambi tacciati di essere al soldo degli americani; ci sono gli hashtag #prayforVenezuela, #ResistenciaVzla e #LasCallesSonDelPueblo e c’è il video diventato virale di Nacho Espinola, giovane videomaker spagnolo che vive a Maracaibo.

Il Presidente venezuelano Nicolàs Maduro rende omaggio al suo predecessore Hugo Chàvez.

Nel frattempo molte associazioni in difesa dei diritti umani denunciano torture e abusi sessuali contro i civili, perpetrati principalmente dalle forze dell’ordine, ma anche da gruppi irregolari filogovernativi, nonostante il Presidente Maduro continui a respingere ogni accusa. A Ginevra, nel corso di una riunione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, la procuratrice generale del Venezuela, Luisa Ortega Díaz, ha affermato che «quelle che sono iniziate come dimostrazioni pacifiche si sono trasformate in violenza e caos». In risposta, Amnesty International ha lanciato un appello per chiedere il rispetto dei diritti umani, indipendentemente dall’evolversi della crisi bolivariana.

Il precipitare degli avvenimenti preoccupa anche il governo statunitense, tanto che il segretario di stato John Kerry ha ammesso che Washington non esclude la possibilità di imporre sanzioni contro Caracas, modificare la politica dei visti d’ingresso o congelare i beni di persone che risultassero coinvolte in violazioni dei diritti umani in Venezuela. Dal canto suo, il leader bolivariano ha denunciato l’esistenza di un piano a Washington per ucciderlo. Poco dopo ha moderato il tono del suo intervento con la proposta della creazione di una commissione di alto livello per la pace con un rappresentante degli Stati Uniti, designandone alla guida il Presidente del Parlamento e uomo forte dei militari, Diosdado Cabello.