Pubblicato il: mar, Nov 26th, 2013

Siria, rapporto “Stolen Futures”: i bambini e l’infanzia spezzata

di Giulia Mazzetto

Un bimbo siriano nel campo profughi di Domiz

La think tank Oxford Research Group ha da poco pubblicato un nuovo rapporto dal titolo “Stolen Futures” sulle ripercussioni dei due anni e mezzo di conflitto in Siria sulla popolazione civile minore di 17 anni, non solo mostrando numeri impressionanti che raggiungono oltre 11.420 vittime messe a referto come infanzia spezzata, ma evidenziando soprattutto le modalità atroci mediante le quali ragazzi e ragazze di tutte le età vengono uccisi quotidianamente nel Paese.

Le prime vittime ufficiali della rivolta antigovernativa furono proprio 15 ragazzini di Daraa tra i 9 e i 16 anni arrestati e torturati all’inizio del marzo 2011 per aver scritto sui muri della scuola slogan della primavera araba allora agli albori. Neanche un mese dopo fu la volta di Hamza Ali al Khateeb, 13enne fermato dalla polizia di Damasco durante una delle prime manifestazioni di piazza e riconsegnato alla famiglia come cadavere dal corpo sconvolto dalle sevizie.

I dati, forniti dalle ONG siriane Syrian Center for Statistics and Research, Syria Tracker, Syrian Network for Human Rights, Violations Documentation Center, riferiscono nel dettaglio i modi in cui questi bambini e bambine sono morti: 7 su 10 sono stati uccisi dai bombardamenti, mentre uno su 4 è stato colpito da proiettili (tra loro, 389 vittime dei cecchini e 764 ammazzati con esecuzioni sommarie, compresi 112 prima torturati); infine vi sono i 128 soffocati dai gas letali a Ghouta, il 21 agosto 2013, nell’attacco che ha risvegliato la coscienza dell’occidente. Se tra i neonati non c’è differenza, continua il report, crescendo i bambini muoiono più facilmente delle bambine (4 bambini per ogni bambina tra i 13 e i 17 anni). La maggior parte delle vittime sono originarie del governatorato di Aleppo, dove si contano 2.223 nomi (19,9% del totale); seguono a ruota Homs (16,3%), Rif Dimashq, nelle campagne di Damasco (15,9%) e Idlib (14,2%).

Il punto più inquietante che emerge dai risultati di questa relazione non consiste soltanto nelle cifre paurosamente elevate dei bambini uccisi in questo conflitto, ma dispiega tutta la sua tragicità nei modi utilizzati dai carnefici, da entrambe le parti: i bimbi muoiono colpiti dalle bombe nelle loro case mentre dormono, a scuola o nelle lunghe file speranzosi di ricevere un pezzo di pane durante il giorno, addirittura centrati da proiettili di cecchini appostati, sommariamente giustiziati, gassati o torturati.

«Il report conferma che la Siria è diventato uno dei posti più pericolosi al mondo per i bambini», riferisce Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, aggiungendo che «come ha dimostrato lo studio del 2012 della ONG britannica Action on Armed Violence, le guerre contemporanee hanno spostato la linea del fronte nelle case, nei quartieri, nelle scuole» con la conseguenza che, ad esempio, il 91% delle vittime siriane appartiene alla popolazione civile.

Viene poi ribadita a gran voce la questione “fame”: secondo l’ultima indagine di Save the Children, intitolata “La Fame in una Zona di Guerra” e presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno con la difficoltà di trovare acqua e cibo, in una condizione non meno drammatica degli episodi di guerra vera e propria. Solo nelle campagne nella periferia di Damasco uno su 20 soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni di salute gravi dovute alla carenza di fondamentali generi di primo sostentamento.

«In Siria oggi non c’è posto per i bambini», dice l’arcivescovo emerito di Città del Capo Desmond Tutu, giudicando più fortunati quei minori che, soli o con le loro famiglie, sono riusciti a scappare in Turchia, Giordania, Libano o in Europa, rifugiandosi nei campi profughi le cui stime si avvicinano ormai al milione.

Per completare il quadro, non meno urgente è la situazione dovuta alla trasmissione di malattie prevenibili in condizioni non emergenziali, come il recente ritorno del ceppo della poliomielite che si pensava ormai debellato da un decennio nella regione siriana e che è stato invece rilevato in campioni di acque reflue provenienti da Egitto, Israele, Cisgiordania e Stato di Palestina. Per prevenire il rischio di contagio sono state attivate campagne di vaccinazione in Siria e nei Paesi limitrofi, grazie ad una stretta collaborazione tra UNICEF e OMS.

C’è la necessità che tutte le parti in conflitto cessino di colpire i bambini e consentano a feriti e malati di ricevere assistenza umanitaria ovunque si trovino. I bambini colpiti vanno aiutati con un’adeguata assistenza per superare traumi fisici e psicologici devastanti e forse irreversibili ed è importante documentare questi crimini perché chi ne è responsabile ne risponda, perché gli occhi del mondo non si abituino sempre più cinicamente all’orrore. La Siria sta morendo, muoiono i bambini e con loro, con le oltre 3900 scuole distrutte dai bombardamenti, con le corse giocose sostituite dalle fughe dai colpi dei cecchini, muore il futuro in quegli occhi spaventati che rappresentano il 45% della popolazione siriana.