Pubblicato il: mar, Ott 8th, 2013

Cassazione: cibo vegetariano e maestro zen sono un diritto dei carcerati

di Stefania Manservigi

La Corte di Cassazione prende una posizione in merito ai diritti dei carcerati

La Corte di Cassazione ha preso posizione sulla questione avente per protagonista un giovane carcerato buddista, il quale richiedeva la possibilità di mangiare cibo vegetariano e di ricevere la visita del suo maestro zen. La richiesta, secondo la Corte Suprema, deve essere presa in considerazione.

In mezzo alle tante polemiche che si sono susseguite negli ultimi periodi circa le condizioni delle carceri italiane e i trattamenti riservati ai detenuti, la recente presa di posizione della Corte di Cassazione non può che lanciare un messaggio positivo nella direzione di una svolta in un tema così caldo e delicato.

La vicenda ha per protagonista Catello Romano, un giovane ragazzo di 23 anni, killer di Camorra recluso nel carcere di Novara. Il ragazzo, buddista, avrebbe avanzato la richiesta di poter mangiare solo cibo vegetariano e di poter ricevere la visita del maestro zen durante il suo periodo di reclusione. La risposta del magistrato di sorveglianza di Novara non sarebbe stata esaustiva a riguardo: avrebbe affermato di aver già consigliato alla direzione del carcere di cambiare l’impresa fornitrice del vitto, mentre, per quanto riguarda la possibilità di accesso del maestro zen nella struttura, avrebbe fatto ricadere la responsabilità della decisione sul ministero e non sulla direzione del carcere.

A fronte di questa gestione della vicenda è intervenuta la Corte Suprema di Cassazione che, per mezzo della prima sezione penale, ha così ricordato: «L’attuale sistema di tutela giurisdizionale dei detenuti nei confronti dei provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria non risulta disciplinato compiutamente dalla legge» e «in assenza di un efficace intervento legislativo è dovere del magistrato di sorveglianza impartire disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati».

I reclami su presunte violazioni dei diritti come quelli, nella fattispecie di Romano, devono essere tenuti in considerazione e la loro gestione non può essere semplicemente affidata alla direzione del carcere coinvolto. Occorre accertare l’esistenza del diritto e, in caso di riscontro positivo, intraprendere una procedura idonea a rispondere in modo adeguato all’esigenza avanzata.

In altre parole il giudice di sorveglianza, rappresentando l’unica possibilità di appello per chi si trova in carcere a scontare la propria pena, di fronte ad un diritto leso dovrà adottare provvedimenti di natura giurisdizionale che pongano rimedio alla lesione stessa, che avranno valore di sentenza e che dovranno essere eseguiti.