Pubblicato il: sab, Lug 13th, 2013

Antisemitismo su Twitter, rivelati i proprietari degli account incriminati

di Chiara Gagliardi

Il sito dell’Uejf dopo la notizia del passo indietro di Twitter. 

Da Parigi è arrivata la decisione finale: gli amministratori di Twitter hanno deciso di fare un passo indietro e di aiutare la corte francese nell’identificazione degli autori di una serie di messaggi antisemiti comparsi sul popolare social network. Dopo la denuncia da parte dell’Unione degli Studenti Ebrei di Francia (Uejf) per una lunga serie di «cinguettii» contenenti messaggi antisemiti, la diatriba è durata mesi: l’azienda proprietaria di Twitter si era appellata alla sua nazionalità, sostenendo di dover seguire i dettami della giurisdizione americana piuttosto che di quella francese, e scegliendo quindi di tutelare la privacy dei suoi utenti. Il passo indietro è avvenuto solo in questi giorni, e Twitter si è ora dichiarato disponibile a collaborare con l’Uejf per sconfiggere le manifestazioni antisemite sul web.

La controversa vicenda ha avuto inizio ad ottobre 2012, quando gli hashtag #UnBonJuif e #UnJuifMort (rispettivamente, «un buon ebreo» e «un ebreo morto») si erano rapidamente diffusi fra gli utenti francesi, accompagnando messaggi di odio razziale. L’aspetto preoccupante della vicenda è che questi hashtag erano diventati trend topic in poco tempo: fra le parole chiave più usate dagli utenti francesi c’erano anche queste espressioni antisemite. La giustizia francese era subito corsa ai ripari, e la sentenza era arrivata a gennaio 2013: Twitter avrebbe dovuto rivelare i dati dei diffusori degli hashtag. Il social network aveva però deciso di cancellare semplicemente i messaggi incriminati, senza infrangere il diritto alla privacy degli iscritti: la cosa aveva immediatamente suscitato la reazione dell’Uejf e della giustizia francese, finché il social network non ha deciso di cedere e di seguire gli ordini del giudice.

I risultati della ricerca su Twitter dell’hashtag #unbonjuif. 

Il contenzioso fra Twitter e gli studenti ebrei francesi evidenzia come il problema dell’antisemitismo, nonostante i numerosi e gravi trascorsi storici, non sia ancora risolto: il fatto che in poco tempo i cinguettii antisemiti siano cresciuti fino ad entrare nella top ten degli argomenti più twittati dimostra come l’odio verso gli ebrei sia un fattore tutt’altro che superato. La problematica principale sta nella collisione fra il diritto alla privacy degli utenti di Twitter (che possono scegliere di nascondere l’identità dietro un nickname) e il diritto della popolazione ebrea di essere rispettata per la propria storia e le proprie credenze. Numerosi sono stati, durante questi mesi di lotta, gli appelli affinché l’azienda americana seguisse quanto imposto dal giudice: si va dal presidente Hollande al ministro delle Pari Opportunità, Najat Vallaud-Belkacem. In questo caso, sembrano dire le numerose richieste, fornire i dati necessari all’identificazione degli utenti protagonisti di post razzisti non sarebbe una limitazione alla libertà personale, ma un atto necessario per consentire che la rete associ alla sua indipendenza la garanzia del rispetto di ogni pensiero.

Questo fatto crea senza dubbio un precedente importante nella storia del rapporto fra Twitter e la libertà di espressione: sta alla stessa azienda la decisione di come muoversi, e quindi di come valutare la questione e determinare futuri sviluppi. Nell’era telematica, si pone un interrogativo importante: fin dove esattamente può arrivare il web, e quale può essere il sottile confine tra libertà di espressione e offesa?