Pubblicato il: dom, Mag 5th, 2013

Libia, si discute oggi la «legge di isolamento politico»

di Alessandro Pagano Dritto  

Nei documenti ufficiali è la «legge 41», ma l’opinione pubblica del paese la conosce in un altro modo: «legge di isolamento politico» (Political Isolation Law). Se ne parla da mesi, la sensazione che domenica 5 maggio 2013 – la data in cui pare verrà discussa – si deciderà qualcosa di importante per il futuro della Libia pervade la stampa nazionale in un considerevole numero di articoli e di riflessioni.

Bare avvolte nella nuova bandiera libica allineate in segno di protesta di fronte alla sede del GNC, Tripoli. (Libya Herald, Tom Westcott)

La invocano anche i manifestanti che a Tripoli si radunano in piazza dei Martiri e in piazza Algeria, l’hanno invocata quelli che pochi giorni fa, sempre a Tripoli, hanno portato in corteo decine di bare avvolte nella nuova bandiera tricolore libica rossa, nera e verde, la invocano anche i miliziani armati che, ancora una volta a Tripoli, con tanto di mitragliatrici montate sui pick up hanno reso l’aria tesa circondando a più riprese alcuni ministeri e la sede del Consiglio Nazionale Generale (National General Council), l’organo legislativo del paese. Sono manifestazioni diverse, di supporto o di opposizione al governo del premier Ali Zeidan, ma entrambe accomunate da una richiesta: l’applicazione della legge di isolamento politico, con cui chi ha lasciato il Colonnello giusto in tempo per non essere travolto dalla sua caduta sarà obbligato a cedere, se ce l’ha, il proprio posto all’interno delle attuali istituzioni.

Tra i sostenitori della legge c’è chi non vede problemi nella sua applicazione e non si spiega il ritardo con cui verrà discussa, visto che se ne parla in forme diverse dalla fine del 2012, se non addirittura dalla fine della guerra civile nel 2011. Dice per esempio il proprietario di un caffè della capitale, intervistato da Crisis Group: «Non riesco davvero a capire per che cosa tutti questi ritardi. Perché è così difficile stabilire un verdetto per questa gente? Hanno sostenuto il regime durante la rivoluzione del 17 febbraio, e questo è già di per se stesso un crimine. E perché i mesi passano senza portare Seif alla corte? Ci scommetto, è solo un modo per guadagnare tempo e reintegrarlo nel sistema».

Il Seif nominato dall’anonimo gestore tripolino è ovviamente Saif al Islam, uno dei figli di Muammar Gheddafi che, catturato alla fine del 2011 ha visto proprio in questi giorni rinviarsi il processo al 19 settembre prossimo.

Non tutti sembrano però entusiasti di questa legge; non tanto degli intenti in sé, quanto dei modi con cui questi intenti dovrebbero essere perseguiti.

Mustafa Abdel Jalil, capo del CNT durante la rivoluzione del 2011, passa accanto a un’immagine del generale Abdel Fatah Younis, ex lealista, poi rivoluzionario della prima ora. Passasse la legge 41, entrambi, compreso Younis se fosse ancora in vita, ne sarebbero interessati. (AP Photo)

Dall’aprile 2012 esiste infatti una speciale commissione, la Commissione d’Integrità, (Integrity Commission) che persegue proprio gli obiettivi proclamati dalla legge d’isolamento politico, e non risulta ben chiaro cosa di nuovo allora potrà portare questa legge. Secondo Abdurrahman Sewehli, capo del Partito per l’Unione della Patria (Union for Homeland Party, UHP) e fervente sostenitore della 41, la sua applicazione semplicemente amplierà il raggio d’azione della Commissione, che per il momento non può indagare chi ha lasciato la divisa lealista per unirsi ai ribelli prima del 20 marzo 2011 – insomma i sostenitori della prima ora della causa rivoluzionaria. Ma tra questi sostenitori della prima ora – è l’obiezione sollevata dall’analista Eric Knecht – c’è stato anche chi si è attivamente speso per la causa rivoluzionaria e che non sembra proprio essere passato dall’altra parte solo quando tutto era ormai perduto. La legge infatti, così posta, chiamerebbe in causa anche il generale Abdel Fatah Younis che, pur avendo militato prima nell’esercito di Gheddafi, è riconosciuto come uno dei volti di primo piano della rivoluzione, durante la quale fu anche ucciso in circostanze ancora poco chiare. Younis disertò infatti dall’esercito lealista alla fine di febbraio, pochissimo tempo dopo gli scontri di Bengasi che diedero inizio a tutto, ma comunque prima del 20 marzo e giocò un ruolo importante nell’organizzazione militare dei ribelli dell’est.

E se non c’è nulla di male nell’indagare chiunque possa essere sospettato di crimini, non si può non affrontare il problema della scarsa trasparenza di queste indagini, per cui la commissione apposita che verrà creata sembra dovrà rendere conto esclusivamente al GNC. Inoltre una parte della magistratura si chiede se questo legame non sarà così forte da ledere uno dei principi basilari della democrazia moderna, ovvero l’indipendenza della magistratura. Se così fosse sarebbero allora fondate le accuse di incostituzionalità mosse dal gruppo Avvocati per la Giustizia in Libia (Lawyers for Justice in Libya, LFJL), secondo i quali la legge violerebbe alcuni diritti umani riconosciuti dalla Dichiarazione costituzionale del 2011: tra questi il diritto di fare appello alla magistratura sancito dall’articolo 33. Secondo il Tripoli Post, che ne riprende le parole, il presidente della sezione del GNC per le proposte di legge Omar Abu Lifa vede in questa mancanza di indipendenza una necessità: altre leggi passate di simile tenore, sostiene Lifa, come quella per la criminalizzazione della glorificazione di Gheddafi, sono fallite proprio perché quelli che erano stati ritenuti colpevoli si appellavano poi alla magistratura e ottenevano l’assoluzione. In ogni caso la piena indipendenza della magistratura da ogni potere politico, sottolinea il gruppo di avvocati, è riconosciuta anche questa dalla Dichiarazione costituzionale. E il gruppo cita l’articolo 32: «I giudici saranno indipendenti, soggetti a nessun’altra autorità che la legge e la coscienza».

Il fatto è che nei confronti della magistratura c’è in Libia chi non nutre poi grande fiducia. Insieme all’esercito e soprattutto alla polizia, circola infatti tra i rivoluzionari la sensazione che anche nella magistratura si siano annidati molti elementi della Libia gheddafiana passati a nuova immagine dopo la rivoluzione. L’ostilità contro la magistratura si capisce allora quale sia se si pensa che proprio la richiesta di una giustizia migliore era stata una delle cause scatenanti della rivoluzione sin dai moti di Bengasi: non a caso, allontanati i lealisti dalla città, il consiglio governativo rivoluzionario dell’epoca, il Consiglio Nazionale Transitorio (National Transitional Council, NTC), aveva scelto come propria sede quella della magistratura locale. Nella seconda metà del 2012 proprio l’est della Libia, la culla della rivoluzione, era stato attraversato da una serie di omicidi mirati di ex gheddafiani e di attacchi alle corti giudiziarie: per chi le attaccava, queste ospitavano i giudici delle vecchie e temute Corti del Popolo, nate negli anni ’70 per processare i monarchici destituiti dal colpo di Stato degli Ufficiali liberi del 1969 e poi rimaste in vita fino al 2005 per processare l’opposizione al Colonnello. Questi giudici erano accusati di scarsa competenza, di corruzione e di crudeltà, e c’è più di qualche rancore ancora in vita tra i ribelli.

Mohamed Magarief e Ali Zeidan, rispettivamente presidente del GNC e Primo Ministro di Libia, potrebbero diventare le vittime eccellenti della legge 41 sull’isolamento politico degli ex gheddafiani (Libya Herald, George Grant)

Un altro problema della legge è che, se applicata nella sua forma più radicale, rischia di svuotare il corpo istituzionale tanto di una parte delle sue basi – si parla di 4000 o 5000 persone passibili di epurazione – quanto di molti dei suoi vertici più in vista: dal presidente del GNC Mohammed Magarief, al presidente del partito vincitore Mahmoud Jibril, all’ex presidente del TNC Mustafa Abdel Jalil, allo stesso primo ministro Ali Zeidan, tutti sono stati volti di una qualche rilevanza nello scenario del potere gheddafiano e rischiano di essere le vittime eccellenti di questa legge. Alcuni analisti si chiedono allora se questa epurazione non abbia anche fini più banalmente politici: silurare i vecchi volti di primo piano nel nuovo potere e portare alla ribalta chi era uscito poco favorito dalle elezioni del luglio 2012. In effetti tra i sostenitori dell’isolamento politico ritroviamo il già citato Abdurrahman Sewehli, così come il rappresentante politico dei Fratelli Musulmani Mohammed Sawan, di Giustizia e Costruzione (Justice and Construction Party, JCP), mentre Mahmoud Jibril, vincitore delle elezioni con l’Alleanza delle Forze Nazionali (National Forces Alleance, NFA), appare più cauto ma non del tutto ostile, soprattutto dopo la recente esplicita apertura a un’intesa col partito islamista: insieme, fanno sapere i due, cercheranno di costituire una commissione aperta anche agli altri gruppi per ogni questione di livello nazionale, quindi anche per la legge 41. Il Primo Ministro Ali Zeidan potrà forse invece mettere nel piatto la richiesta di estradizione recentemente presentata all’Egitto per un cugino di Gheddafi accusato di corruzione e lì detenuto, Qaddaf al Dam.

Una voce che sembra fuori dal coro è quella dell’ex membro del GNC Hassan al Amin. Intervistato dal Libya Herald propone che la questione della legge di isolamento politico sia sottoposta alla decisione diretta dei libici attraverso un referendum: «il che sarebbe la volontà del libero popolo libico e non la volontà di certi gruppi o blocchi politici».

Sempre dalle colonne dello stesso giornale ragiona invece un commentatore, Karim Gargoum: «Possiamo rimpiazzare la gente, ma se il sistema creato e distrutto dal precedente regime rimane com’è ora, questo approccio sarà sempre limitato».

Aggiornamento:

Come si sospettava, la legge di isolamento politico è stata alla fine messa ai voti nella sessione del GNC del 5 maggio 2013. È stata votata punto per punto ed è infine passata.

A questo punto non è ancora chiaro, avverte il Libya Herald,  quali saranno i suoi effetti concreti. Di certo c’è che alcuni nomi eccellenti del dopo rivoluzione potrebbero chiudere qui la loro carriera politica di alto vertice almeno per i prossimi dieci anni, perché hanno rivestito un ruolo anche prima, nel governo Gheddafi.

Dato per molto probabile il ritiro di Mohammed Magarief, che, benché attuale presidente del GNC, ha preferito non partecipare alla riunione delegando i suoi compiti al vicepresidente Juma Ateega. Magarief è stato infatti ambasciatore in India fino al 1980, quando è poi passato all’opposizione. Proprio Ateega è quotato dal giornale come suo possibile successore.

Nonostante ci saranno con molta probabilità altri nomi importanti, potrebbe avere destino simile a quello di Magarief almeno l’autorità religiosa del Grand Mufti Sheik Sadeq Ghariani.

Sempre il quotidiano libico riporta il senso delle dichiarazioni rilasciate questa mattina dai rappresentanti dei vari partiti.

L’organo politico della Fratellanza Musulmana, il Partito di Giustizia e Costruzione (JCP) ha fatto sapere che avrebbe votato la legge senza emendamenti, rappresentandosi così come uno dei suoi più convinti e radicali sostenitori. Di fronte all’attuale regolamento che impedisce alla legge di includere gli ex lealisti primi sostenitori della rivoluzione, il partito ha chiesto che si giungesse addirittura fino al 1969, l’anno del colpo di Stato con cui Gheddafi pose fine all’esperienza monarchica nel suo paese.

Il Partito del Fronte Nazionale (National Front Party, NFP) da cui proviene Magarief ha chiesto invece un emendamento, così che la legge diventi attiva per i membri del GNC che ne saranno interessati solo dopo la stesura della Costituzione. La stesura è infatti, fin dalla sua nascita in seguito alle elezioni del luglio 2012, il compito più importante del Consiglio stesso.

La NFA (Alleanza delle Forze Nazionali), sostanzialmente contraria alla legge, ha puntato l’attenzione sulle milizie che assediano alcuni ministeri nella capitale libica Tripoli, facendo capire di voler ritirare i propri elementi nel caso in cui fosse apparso che il Consiglio avesse dovuto approvare la legge dietro minaccia.

Al momento di questa aggiunta non compaiono aggiornamenti relativi alla vicenda, invece, sul Tripoli Post.