Pubblicato il: lun, mar 25th, 2013

Lo sfruttamento dei lavoratori nelle industrie tessili in India

di Valentin Ipuche

Il Centro di Ricerca sulle Corporazioni Multinazionali e l’India Committee of the Netherlands hanno presentato questo mese un rapporto dal titolo Time for Transparency, in cui si espone un appello alle multinazionali per chiedere trasparenza nella loro catena di approvvigionamento.
I grandi marchi dell’industria tessile sono infatti troppo spesso riluttanti a fornire informazioni sui loro fornitori, ricorrendo abitualmente a scuse sulla riservatezza di queste informazioni per motivi di concorrenza. Non è raro che invece il motivo sia che i loro fornitori non rispettano i diritti umani dei lavoratori.

Un volantino che rinfaccia alle multinazionali le loro responsabilità.
Fonte immagine: http://robbiatits.altervista.org

Per questa segretezza e per l’intricata rete di appalti e subappalti di cui l’industria tessile globale è costituita è estremamente difficile risalire a dati completi.
Il rapporto si collega a un altro documento delle stesse organizzazioni datato aprile 2012, in cui il lavoro investigativo si è svolto nei porti del Sud India di Tuticorin e Chennai.

L’India è il secondo Paese esportatore di filato tessile dopo la Cina, e il terzo esportatore di capi d’abbigliamento dopo la Cina e il Bangladesh: conta circa 35 milioni di lavoratori in questo campo.

Nel rapporto si prende in considerazione la zona specifica di Tamil Nadu, dove ci sono centinaia di fabbriche tessili da cui nel solo mese di dicembre 2012 600 aziende hanno prelevato 16 mila ordini (che può consistere in diversi pacchetti che a loro volta possono consistere in diverse unità) dal valore totale di circa 80 milioni di euro.

Queste fabbriche sono spesso integrate verticalmente, cioè si occupano di più stadi di produzione (dalla lavorazione del cotone grezzo alla finitura dei capi), e orizzontalmente, cioè diversi e separati stabilimenti sono in realtà riconducibili agli stessi proprietari, che in questo modo possono applicare le leggi sulle piccole imprese che sono più libere (o totalmente libere) dalle leggi sul lavoro.

La maggior parte degli operai sono giovani donne di età compresa tra i 14 e i 25 anni e appartenenti ai Paria, la casta degli “intoccabili”; è frequente inoltre che vengano da zone lontane e che quindi abbiano pochi o nessun contatto con parenti e amici e non è raro che non conoscano la lingua locale.

Il lavoro di reclutamento è svolto da intermediari che guadagnano per ogni lavoratore che procurano all’azienda.
Tra i metodi di assunzione ci sono due schemi ricorrenti: l’apprendistato e lo schema “Sumangali”. I lavoratori che rientrano nel primo schema hanno paga e benefici ridotti, in quanto le leggi locali su questo tipo di contratto sono addirittura più permissive di quelle nazionali. Inoltre questi lavoratori non possono essere considerati effettivamente apprendisti in quanto non ricevono alcun tipo di corso o di istruzione.
Il termine indiano “Sumangali” significa “donna felicemente sposata”. Lo schema di assunzione consiste nel convincere le giovani a lavorare per un periodo che va dai 3 ai 5 anni al termine del quale sarà loro pagata una somma forfetaria che potrà essere usata come dote.
Questa somma va dalle 30,000 rupie (€460) alle 56,000 (€860) e ci sono centinaia di casi documentati in cui questo denaro non è mai stato consegnato.

Uno studio del 2011 dimostra che su 1638 lavoratori della zona solo il 60,74% aveva firmato un contratto e che il 96,1% di questi non aveva ricevuto una copia di tale documento.
Nello stesso studio si evidenzia che sullo stesso campione il 18% dei lavoratori era stato assunto quando aveva meno di 15 anni.
È molto difficile da calcolare l’entità del lavoro minorile all’interno di tale area in quanto la maggior parte dei lavoratori non hanno documenti e spesso i certificati medici sono fasulli.

Gli stipendi mensili vanno dalle 900 rupie (€14) alle 3500 (€54).

Mappa di Tamil Nadu.
Fonte immagine: Wikipedia

Per questa somma i lavoratori lavorano in condizioni dannose per la salute e pericolose e subiscono ogni tipo di abuso.
Durante i picchi di carico di lavoro sono spesso costretti a completare due turni (16 ore) o tre turni (24 ore) di fila. Gli operai hanno denunciato che capita di essere svegliati in piena notte per adempiere a ordini urgenti e che la loro difficoltà di stare svegli durante questi turni interminabili li porta a commettere errori con più facilità e per questo subiscono trattamenti umilianti o sono vittime di incidenti.
I supervisori minacciano le lavoratrici di trattenere loro lo stipendio, di chiamare i loro genitori e avvertirli della loro “cattiva condotta” o per le lavoratrici Sumangali di non pagare loro la somma forfetaria concordata.
I lavoratori che risiedono nei dormitori delle fabbriche (il 40% circa) non possono fisicamente andarsene perché gli autobus non partono se non con l’autorizzazione dei supervisori.

I dormitori sono troppo simili a campi di prigionia: i lavoratori possono fare un uso controllato e limitato del telefono, e le lavoratrici donne non possono lasciare l’edificio se non accompagnate.
Anche le visite dei parenti sono molto limitate.

Le discriminazioni sono quindi di casta e di genere, e nel 2010 è stata scoperta una rete di prostituzione a cui le operaie venivano costrette dagli intermediari e dai datori di lavoro.

Tra i grandi marchi che il rapporto collega alle fabbriche del Tamil Nadu figurano GAP, C&A, Walmart, Tommy Hilfiger, Abercrombie & Fitch, Ikea, l’italiana Diesel e tanti altri reperibili qui.