Pubblicato il: mar, ott 30th, 2012

“Stazione Birra” andata e ritorno: Fabrizio Moro chiude il tour tra energia e musica, e non sono solo parole

di Stefania Manservigi

Fabrizio Moro durante il concerto a Stazione Birra

Snobbato dai grandi media, perennemente controcorrente in un mondo della musica forse a volte troppo piegato a logiche commerciali che non gli appartengono. Da sempre e, c’è da scommetterci, per sempre così. Fabrizio Moro sembra aver fatto una scelta, e da quella scelta parte la sua coerenza di artista. Lontano da riflettori che troppo spesso hanno paura di verità scomode, e lontano da chi giudica l’involucro, e poco il contenuto: si è concluso così il tour del cantautore romano, che l’ha visto toccare diverse città della penisola. Si è concluso così com’era iniziato; nell’assenza di grandi manifesti pubblicitari, puntando solo sul tam tam della rete, in una location inusuale per un artista che tra le sue medaglie può vantare una vittoria al Festival di Sanremo Giovani.

C’era tutto Fabrizio Moro sabato 27 ottobre a “Stazione Birra”, nella sua Roma. La sostanza che vince sull’apparenza, la scelta di rendere un concerto un vero scambio tra artista e pubblico, eliminando (seppur virtualmente) la barriera del palco. Passione, colori, atmosfera, energia, divertimento, rabbia. Un mix perfetto, condotto in maniera ineccepibile da Moro che per due ore dense ha cantato all’unisono con i 1500 fedelissimi accorsi per la grande festa di fine tour, facendosi ampiamente perdonare il ritardo. C’era tutto Moro nella scaletta presentata a Stazione Birra: il Moro degli esordi, fuori dalle righe, in bilico perenne tra passione, delusione e sbagli. E il Moro più consapevole di adesso, arrabbiato e pungente, alla ricerca della verità spesso taciuta che vede nella comunicazione una delle possibilità di salvezza. Libero, schietto, lontano da schemi e cliché sociali, Fabrizio Moro ha senz’altro il merito di aver saputo delineare con nitida fermezza e disarmante semplicità le inquietudini e la rabbia più celata di una generazione che sente sulle sue spalle il peso di una politica lontana sempre più dal Paese reale e di un futuro mai così come adesso incerto. Una generazione (“forse anche due, forse tre”?) troppo spesso ignorata e messa a tacere, nel vuoto di una società che propone un modello di perfezione da seguire, e costringe a nascondere i disagi interiori, per non rischiare di uscire dalla grande macchina sociale. Il concerto a Stazione Birra è stato tutto questo, e il contrario di questo: è stato l’inversione di tendenza, la possibilità di liberare i pensieri, le parole e i malumori. La possibilità di sentirsi più veri, di ritrovarsi tutti insieme, ciascuno con le proprie imperfezioni, nel nome della musica a cantare quella verità spesso scomoda. L’arte come messaggio, l’arte come enorme possibilità. Il riscatto dentro a parole semplici e forti, che spesso si dimenticano.

Fabrizio Moro durante il concerto a Stazione Birra

Fabrizio Moro, ragazzo di San Basilio con una lunga gavetta alle spalle nell’era del successo facile da talent show televisivo, aveva già mostrato una certa attenzione per temi sociali delicati. La canzone “Pensa”, in memoria di chi si è impegnato per combattere il fenomeno mafioso in Italia, l’aveva fatto conoscere al grande pubblico. Anche sabato Moro ha mostrato la stessa sensibilità sociale, decidendo di aprire il concerto come aveva aperto tutti i concerti delle altre tappe del tour: prima canzone in scaletta è stata infatti “Fermi con le mani”, preceduta da un’intro composta da registrazioni di vari spezzoni di telegiornali riguardanti argomenti delicati, come la vicenda Ruby, la morte di Aldovrandi, la condanna di Spaccarotella. Piccoli frammenti e fotografie, di un’Italia dalle mille contraddizioni che va a senso unico. Scelta non casuale. “Fermi con le mani”, infatti, è la canzone che Moro ha scritto in memoria di Stefano Cucchi, giovane ragazzo romano deceduto nel 2009 durante custodia cautelare probabilmente in seguito a percosse subite ad opera di alcuni agenti di polizia penitenziaria. La canzone, uscita l’anno scorso e presente come colonna sonora nel film-documentario “148 Stefano, mostri dell’inerzia” dedicato a Cucchi, è stata fin da subito snobbata da radio e televisioni, probabilmente a causa del tema e delle parole in essa contenute. Segno che la verità e l’onestà, purtroppo, non sempre pagano. Ma Fabrizio Moro è anche un giovane trentasettenne ironico e spontaneo, che ha saputo intrattenere il suo pubblico a ritmo di improvvisazioni, raccontando divertenti aneddoti sulla band e, con l’intento di fare uno scherzo, telefonando a Gaetano Curreri cantante degli Stadio, con cui il cantautore romano ha duettato nel dolce inedito “I nostri anni”.

Ma il denominatore comune del concerto e della sua musica, è stata sicuramente la libertà: libertà di dissenso, libertà anche di fare il verso all’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi intonando “Barabba” all’unisono con lo sfondo di un mega schermo con la scritta “4 anni”, in barba a una politica corrotta e poco credibile. Libertà di amare, soffrire, sbagliare, tornare indietro. Libertà di urlare, di provare rabbia, rancore, paura. Libertà di ritrovarsi fragili. Millecinquecento libertà riunite, tutte insieme, in unico grande canto liberatorio. Perché forse, in questo mondo sempre più alla deriva, non c’è il solo bisogno di sole, cuore e amore che ci propina la radio. Ma c’è, sicuramente, un assoluto bisogno di verità.

Fonte: Riproduzione Riservata

Foto: Stefania Manservigi

  • FreeBoy

    Che spettacolo!

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