Il lungo addio di Koji Wakamatsu
di Davide Papetti
Poco più di due settimane fa era stato insignito del titolo di “Asian filmaker of the year” al Busan International Film Festival tenutosi in Sud Corea, prima ancora era stato ospite alla Mostra del Cinema di Venezia, dove aveva presentato la pellicola “The Millenial Rapture” per la sezione Orizzonti. Koji Wakamatsu, fine sperimentatore che dal punto di vista stilistico ha saputo assimilare e rinnovare in modo originale le lezioni della Nouvelle Vague, il 12 Ottobre è stato investito a Tokyo da un taxi e dopo alcuni giorni di ricovero ospedaliero è morto il 17 Ottobre all’età di 76 anni.
Una vita la sua vissuta sempre ai confini con la morte, l’estrema fine ha, infatti, sempre avuto un ruolo preponderante nel caratterizzare la sua esistenza di uomo e la sua opera di regista cinematografico. Affascinato e coinvolto dagli aspetti oscuri della vita e dal suo originario intrecciarsi con la morte, riusciva ad affascinare e coinvolgere attraverso le immagini provocatorie, le visioni estreme e la violenza dilacerante del suo sguardo lucido fino all’eccesso.
Wakamatsu nasce a Miyagi, una località del nord est del Giappone, il primo giorno di Aprile del 1936; appena adolescente si trasferisce a Tokyo, dove inizia a studiare agraria e a svolgere lavori umili, ma soprattutto dove ha inizio la sua esperienza di affiliato all’interno di una gang della Yakuza. Tale partecipazione lo porterà a scontrarsi con la legge e a dover scontare una condanna di circa sei mesi di carcere, lungo i quali subirà ogni sorta di violenza e abusi da parte delle forze dell’ordine, maturando così quell’odio e diffidenza viscerale nei confronti di ogni autorità costituita che ne determineranno le sue scelte future. Uscito dalla galera all’età di 23 anni, condizionato da una carica di ribellione e rabbia esplosiva, Wakamatsu si dimostra lucido e impassibile nel decidere di darvi sfogo attraverso mezzi che non fossero quelli della violenza diretta. In proposito vale la pena richiamare alcune sue considerazioni espresse in una recente intervista: «Quando ne uscii fuori, volevo veramente rivoltarmi contro ogni autorità. Ma pensai che se avessi usato la violenza sarei finito in prigione un’altra volta. Così decisi di utilizzare un’altra arma: film». Il cinema quale arma, l’arte stessa intesa come atto di creazione e resistenza, tutto questo contribuisce a fare di Wakamatsu un regista convinto di poter contrastare e denunciare, attraverso le sue opere, gli aspetti inaccettabili del mondo che lo circonda.
Tutto incominciò quasi per caso. Nel 1963 era sul punto di ritornare nella campagna lontano da Tokyo per mettersi a fare il contadino, quando su proposta di un amico attore che cercava di incoraggiarlo affinché scrivesse un suo film, Wakamatsu trovò l’ispirazione e la possibilità di dirigere “Sweet trap”, un soft-core movie che, insieme ad altri lavori delle origini, viene ormai considerato parte integrante dei suoi contributi al genere giapponese dei pinku-eiga, sorta di filone erotico del cinema a basso costo nato appunto agli inizi degli anni ’60. Non amando simili classificazioni, è lo stesso regista però a rilevare come, dal suo personale punto di vista, la messa in scena sia sempre un processo creativo aperto, che pertanto rende impossibile ogni identificazione totale con modelli ideali di cinema. Nel caso in questione, ad esempio, sono spesso raggruppati sotto un unico genere film molto eterogenei solo per aver in comune il fatto di rappresentare scene di sesso. Quale testimonianza dell’originalità del suo percorso è invece interessante vedere come, a partire dalle prime opere, sia sì l’erotismo a costituire il basso continuo dell’intera successiva produzione cinematografica di Wakamatsu, un erotismo tuttavia sempre declinato in modo differente, venendo via via contaminato da riflessioni esistenziali, sociali, politiche e generazionali. Emblematico da questo punto di vista è il film “Embrione” del 1966: girato quasi esclusivamente all’interno di un appartamento, mette in scena il conflitto di classe tra un capo azienda e una sua dipendente, intersecando violenza fisica e psicologica attraverso l’indagine dei tratti di sadismo e di masochismo che determinano la dialettica servo-padrone, ma anche aprendo varchi su temi quali l’insensatezza della nascita e la crudeltà della lotta per la vita.
Radicale in ogni situazione e sempre impegnato a rivendicare la libertà di esprimersi liberamente, Wakamatsu si è da subito avvicinato a posizioni politiche di estrema sinistra, vivendo per altro nelle strade e nei quartieri di Tokyo l’epoca sessantottina delle manifestazioni di protesta studentesche. Oppositore convinto dell’ideologia capitalista, imperialista e militarista delle nazioni occidentali, critico nei confronti della tradizione giapponese, ma anche capace di vivisezionare dall’interno i nuclei di protesta con le loro contraddizioni intrinseche. Di tutto questo rimangono le tracce consistenti contenute nella sua sterminata filmografia: basti in questo senso ricordare il recente “United Red Army” (2007) dedicato a esplorare il controverso mondo del movimento terroristico giapponese JRA, ma anche il più datato “Estasi degli angeli” (1972) che tenta di mostrare i differenti livelli di tensione interni a una cellula della sinistra resistenziale, impegnata a sabotare i rifornimenti militari dal Giappone per il fronte vietnamita, o ancora lo splendido “Violence without a cause” (1969) in cui attraverso le vite perdute di tre studenti universitari emerge il senso di disagio che condiziona le generazioni più giovani, condannate a ricercare sfoghi individualistici alle frustrazioni dettate dall’assurdità del vivere, cui nemmeno l’impegno politico può dare speranza e che condanna irrimediabilmente ad abbandonarsi tra le braccia di un’insensata violenza.
In un’intervista del 2007 Wakamatsu si esprimeva in questi termini circa il suo rapporto con la politica nel cinema: «Quando cerco di affrontare un tema politico per il grande schermo, lo faccio con la stessa tensione emotiva che cerco di mettere nelle scene di amplesso.» In effetti, è evidente il rapporto strettissimo che intercorre tra il “politico” e l’erotismo: la carica impolitica e libertaria che la trasgressione sessuale porta con sé, dal fondo del vano dispendio di energie inassimilabile dalle logiche produttive del capitalismo, contribuisce a innescare il movimento di resistenza e opposizione nei confronti di quella politica istituzionalizzata che, affiancata dall’economia, vorrebbe controllare gli individui dominandone e consumandone i corpi. Wakamatsu ne è perfettamente consapevole e non esita nei suoi film a fare dello scatenamento erotico uno dei possibili gesti di ribellione e anarchica rivolta al sistema, senza tuttavia evitare di evidenziarne limiti e rischi. Le vite ai margini, la fascinazione e il piacere della distruzione gratuita, le fughe disperate e violente nel mondo della trasgressione, possono rivelarsi insufficienti a se stesse e precipitare con estrema facilità nel vuoto che caratterizza i buchi neri dell’esistenza. Proprio per questo se è verissimo che anche per Wakamatsu l’«erotismo è l’affermazione della vita fin dentro la morte», è altresì innegabile che, parimenti, l’assurdità della vita fino all’ultimo respiro costituisce uno dei tratti caratteristici e inaggirabili del suo cinema.
Wakamatsu, dunque, attraverso la sregolatezza della sua vita, così come l’irregolare svolgersi nei suoi film d’immagini strappate ai mondi suburbani dei quartieri malfamati delle metropoli, ci riconduce innanzi al difficile compito di porsi all’altezza dell’impossibile, quale unica chance di libertà. L’eccesso come pratica di liberazione che nulla risolve, ma semplicemente mantiene aperti e vivi sull’esistenza, giocando sempre sul delicato limite che la separa e unisce alla morte. Le immagini stesse delle sue opere, tra inquadrature dall’angolazione spinta all’estremo e instabilità di ripresa connaturata alla precarietà dei personaggi, si presentano come enigmatiche ferite nello spazio-tempo del cinema. L’immagine movimento del cinema si ritrova a lottare contro i limiti claustrofobici del fotogramma, ed è proprio nella tensione costante tra spazio aperto e chiuso, tempo passato e futuro, che si produce quello scarto di libertà presente, in grado di lacerare e parimenti rendere viva l’esistenza.
Il 17 Ottobre si è spento un grande autore del cinema underground giapponese, ci restano le atmosfere di fredda disperazione e le crudeli verità dei suoi film. Il nostro non può essere un arrivederci, ma un insensato lungo addio.













