Pubblicato il: lun, ott 22nd, 2012

Torna in Senato una nuova “legge bavaglio”

di Anna Chiara Sardella

Non cessa di mutare assumendo le più cupe sfumature della sfrontatezza politica il DDL 1611, oggi al Senato, e meglio conosciuto come legge bavaglio anti-Gabanelli o salva-Sallusti. È il segreto di Pulcinella, uno dei tanti del Parlamento italiano, quello della legge bavaglio, una legge opportunista e ignorante dei meccanismi democratici.

Il CentroDestra infatti, nella suddetta legge, ha deciso di tendere a inasprire le sanzioni pecuniarie per i giornalisti, che oltre a essere sintomo di opportunismo politico sono anche fattore ritardante dello sviluppo del settore editoriale del nostro paese, già in imbarazzante declino. Al contrario, si impegnano a non far passare il testo Pd e Udc: la Finocchiaro tuona contro il provvedimento e contro la pena detentiva: “è il sistema che deve occuparsi della dignità del diffamato” afferma la capogruppo Pd.

La giornalista di Rai3 e conduttrice di Report Milena Gabanelli

Chiti e Gasparri, i primi firmatari della legge, avrebbero dovuto impegnarsi per eliminare il carcere come pena per la diffamazione a mezzo stampa; al Giornale dunque sarebbe toccato, come previsto dalla legge, l’obbligo di rettifica, che normalmente avviene da parte dell’editore un paio di giorni dopo il reato commesso e che obbligatoriamente deve avere la stessa rilevanza della notizia diffamante. Ma Chiti fa un passo indietro: “Se verrà fuori un pasticcio sono pronto a togliere la mia firma” dice.

Cinquantamila euro la somma che secondo il centrodestra dovrebbe essere versata in caso di reato a mezzo stampa. Ma uno degli emendamenti più discussi era quello definito “anti-Gabanelli” dal nome della giornalista e conduttrice di Report, in onda la domenica sera su raitre.  Nell’emendamento si legge : “sono nulle le clausole contrattuali in forza delle quali gli autori– dei reati a mezzo stampa- sono sollevati, in tutto o in parte dagli oneri derivanti dal pagamento delle pene pecuniarie loro comminate a seguito dell’accollo degli stessi da parte delle altre persone indicate nello stesso comma” per cui il pagamento se lo accolla chi manda avanti l’impresa, quindi l’editore o il proprietario.

Quindi  nella sua prima stesura l’emendamento stabiliva che nel caso di diffamazione sarebbero stati responsabili anche l’editore e il proprietario dell’impresa giornalistica, punizione poi fortunatamente decaduta insieme a quella che prevedeva il licenziamento del giornalista in caso di recidiva.

Una serie di provvedimenti diretti esclusivamente a intralciare il naturale processo della comunicazione e dell’informazione, un settore regolamentato, studiato e governato dai capricci delle formazioni politiche, ma che presenta ancora tanti punti oscuri su cui discutere lungamente. Sempre più a rischio la qualità del servizio ma anche la possibilità di svecchiare il sonnecchiante mercato editoriale italiano di cui poi in ultimo la governance e la democrazia ne risentono.

Afferma su Repubblica Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky : “Neppure il fascismo aveva previsto una disciplina del genere. Il codice penale prevede lo schermo del direttore responsabile e tutto, da allora, è riconducibile a quella figura. Nel momento in cui però si estende la responsabilità all’editore, allora il sistema di garanzie e di diritti, il delicato equilibrio che è alla base del diritto di informare e di essere informati rischia di essere compromesso”. Certo è che, tra “somiglianze” e “innovazioni” la disciplina rischia sicuramente di diventare un vero e proprio pasticcio, un’accozzaglia di emendamenti inutili tenuto conto anche del fatto che in Italia esiste un apposito Ordine dei Giornalisti.

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