Torna in Senato una nuova “legge bavaglio”
di Anna Chiara Sardella
Non cessa di mutare assumendo le più cupe sfumature della sfrontatezza politica il DDL 1611, oggi al Senato, e meglio conosciuto come legge bavaglio anti-Gabanelli o salva-Sallusti. È il segreto di Pulcinella, uno dei tanti del Parlamento italiano, quello della legge bavaglio, una legge opportunista e ignorante dei meccanismi democratici.
Il CentroDestra infatti, nella suddetta legge, ha deciso di tendere a inasprire le sanzioni pecuniarie per i giornalisti, che oltre a essere sintomo di opportunismo politico sono anche fattore ritardante dello sviluppo del settore editoriale del nostro paese, già in imbarazzante declino. Al contrario, si impegnano a non far passare il testo Pd e Udc: la Finocchiaro tuona contro il provvedimento e contro la pena detentiva: “è il sistema che deve occuparsi della dignità del diffamato” afferma la capogruppo Pd.
Chiti e Gasparri, i primi firmatari della legge, avrebbero dovuto impegnarsi per eliminare il carcere come pena per la diffamazione a mezzo stampa; al Giornale dunque sarebbe toccato, come previsto dalla legge, l’obbligo di rettifica, che normalmente avviene da parte dell’editore un paio di giorni dopo il reato commesso e che obbligatoriamente deve avere la stessa rilevanza della notizia diffamante. Ma Chiti fa un passo indietro: “Se verrà fuori un pasticcio sono pronto a togliere la mia firma” dice.
Cinquantamila euro la somma che secondo il centrodestra dovrebbe essere versata in caso di reato a mezzo stampa. Ma uno degli emendamenti più discussi era quello definito “anti-Gabanelli” dal nome della giornalista e conduttrice di Report, in onda la domenica sera su raitre. Nell’emendamento si legge : “sono nulle le clausole contrattuali in forza delle quali gli autori– dei reati a mezzo stampa- sono sollevati, in tutto o in parte dagli oneri derivanti dal pagamento delle pene pecuniarie loro comminate a seguito dell’accollo degli stessi da parte delle altre persone indicate nello stesso comma” per cui il pagamento se lo accolla chi manda avanti l’impresa, quindi l’editore o il proprietario.
Quindi nella sua prima stesura l’emendamento stabiliva che nel caso di diffamazione sarebbero stati responsabili anche l’editore e il proprietario dell’impresa giornalistica, punizione poi fortunatamente decaduta insieme a quella che prevedeva il licenziamento del giornalista in caso di recidiva.
Una serie di provvedimenti diretti esclusivamente a intralciare il naturale processo della comunicazione e dell’informazione, un settore regolamentato, studiato e governato dai capricci delle formazioni politiche, ma che presenta ancora tanti punti oscuri su cui discutere lungamente. Sempre più a rischio la qualità del servizio ma anche la possibilità di svecchiare il sonnecchiante mercato editoriale italiano di cui poi in ultimo la governance e la democrazia ne risentono.
Afferma su Repubblica Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky : “Neppure il fascismo aveva previsto una disciplina del genere. Il codice penale prevede lo schermo del direttore responsabile e tutto, da allora, è riconducibile a quella figura. Nel momento in cui però si estende la responsabilità all’editore, allora il sistema di garanzie e di diritti, il delicato equilibrio che è alla base del diritto di informare e di essere informati rischia di essere compromesso”. Certo è che, tra “somiglianze” e “innovazioni” la disciplina rischia sicuramente di diventare un vero e proprio pasticcio, un’accozzaglia di emendamenti inutili tenuto conto anche del fatto che in Italia esiste un apposito Ordine dei Giornalisti.












