Il Festival Internazionale della Fotografia a Roma ha indagato il tema del “lavoro”
di Stefano Romano
Si avvia a conclusione il 28 ottobre l’undicesima edizione del Festival Internazionale della Fotografia, inaugurata a Roma il 20 settembre al MACRO di Testaccio. Curato da Alessandro Dandini de Sylva e Marco Delogu, Direttore Artistico, il Festival questo anno ha puntato l’obiettivo sul tema caldo del lavoro (“WORK”), di profonda attualità in questi tempi; l’inaugurazione ha portato al MACRO oltre 5000 persone, tra cui anche molti dei fotografi che hanno partecipato all’evento.
Il Festival si apre al pubblico con lo spazio chiamato appunto “Camera Work”, curato da Marco Delogu con fotografie di McCullin, Koudelka, Ballen, Killip, Tunbjork, Van Roeckel, Dallaporta, Roberts, Maraini, Poppe, Chevrier e Barrada; e prosegue con lo spazio chiamato “Il Paese è reale” curata da Alessandro Dandini de Sylva, con immagini di Bonaventura e Imbriaco, Botto, Durantini, Neri ed un video di Jodice. Nelle informazioni che accolgono il visitatore, a proposito del tema del lavoro, si legge in conclusione: “La fotografia, disciplina profonda e veloce, si dimostra essere strumento molto efficace per interrogare l’evoluzione e l’involuzione del mondo.” E il tema del lavoro, in effetti è centrale nella riflessione sociale di questi tempi; anzi, la mostra ne offre fin da subito anche una lettura diacronica con le fotografie, in primo piano, di Don McCullin, con il suo famosissimo ritratto del senzatetto irlandese del 1968. Ricordiamo come McCullin scriveva di sé: “In Inghilterra si nasce in una determinata classe sociale e si rimane marchiati. Tutte le sere dal mio letto non potevo non sentire mio padre tossire, era il fragore della sua morte. Andavo a scuola sempre con la stessa camicia. Perché era l’unica che avevo. Poco importa dove oggi sia arrivato, porto sempre addosso quelle stimmate.”
La parte storica del lavoro è proseguita con i lavori di Josef Koudelka (l’indimenticabile autore del più bel libro fotografico sugli “Zingari”) con le sue immagini industriali e lugubri e Killip con i suoi lavoratori degli anni Novanta. Presente anche il controverso fotografo americano Roger Ballen che ha lavorato e vissuto in Sudafrica – a Johannesburg – per quasi trent’anni. Proprio in Sudafrica ha ottenuto il riconoscimento della critica e del pubblico con uno stile asciutto ma allucinato di emarginati e malati di mente. Recentemente ha diretto il video del brano musicale “I Fink You Freeky” del gruppo Die Antwoord; il video ha raggiunto quasi cinque milioni di visualizzazioni su YouTube in solo sei settimane dall’uscita. Lars Tunbjork e Florian Van Roekel hanno invece indagato il tema dell’alienazione negli uffici, soprattutto nella vita frenetica e senza respiro dei brokers.
Interessante il lavoro di Raphael Dallaporta che ha raccontato le violenza quotidiane sui lavoratori immigrati nelle grandi città, le quotidiane sevizie da parte dei datori di lavoro, spesso immuni da pena perché diplomatici, mostrando non i loro volti ma i palazzi dove queste atrocità avvenivano. Le storie di Salma, Henriette, Yasmina, non attraverso i loro visi ma attraverso le anonime facciate di palazzoni di lusso e di misere periferie di Parigi, Londra, e così via. Il suo lavoro si chiama “Domestic Slavery” (2006)
Poi c’è una parte nostalgica chiamata “I mondi dei lavori perduti”, curata da Marco Delogu e Paola Ugolini. In essa vi è un confronto tra la storia fiabesca delle pescatrici giapponesi delle Isole Hekura, scoperte dal fotografo Fosco Maraini negli anni ‘50-’60. Queste donne, come moderne sirene – le Ama – si immergevano nude, con solo un coltello, in apnea fino ai fondali del mare per raccogliere le perle. La fotografa Nina Poppe, tedesca, nel 2010 è tornata in quelle isole per vedere cosa era mutato nel tempo. La differenza che emerge a prima vista, sta nel fatto che ora le donne giapponesi si immergono con mute da sub, persa ormai quella libertà tipica degli anni ’60. Molto nostalgica, nei toni e nella finalità.
La seconda parte – “Il Paese è reale”, curata da Alessandro Dandini de Sylva, presenta due dei vincitori della borsa di studio per giovani fotografi italiani: Premio Graziadei Studio Legale andato ad Andrea Botto e Francesco Neri. Colpiscono i volti spaesati dei giovani ritratti da Francesco Neri, nei cui occhi si legge tutta la precarietà e l’incertezza del mondo del lavoro.
Nel piano superiore sono esposti invece i lavori che hanno partecipato al “Premio IILA”, giunto alla Quinta Edizione e che questo anno aveva come tema “Il lavoro”. Il vincitore è Alejandro Cartagena, giovane messicano, con una serie splendida di fotografie chiamate “Los Car Poolers” dove i lavoratori messicani sono ripresi dall’alto di un cavalcavia mentre si recano al lavoro nel retro di furgoni. Bello anche il lavoro di Christian Rodriguez, dall’Uruguay, che ha avuto la menzione d’onore con il lavoro “Mi Aldea, Vietnam”, sulla vita della minoranza etnica Hmong nel Vietnam, paese con il maggior numero di minoranze etniche al mondo: ben 54.
Mentre ampio spazio è stato dedicato al vincitore della scorsa edizione, il colombiano Alejandro Nicolàs Senin, che aveva mostrato i volti dei colombiani nella città(“Réflex Bogotà”) e che ha avuto modo di soggiornare a lungo a Roma per poter replicare il progetto, fotografando i volti dei cittadini romani, italiani e stranieri, presi all’interno degli autobus (“Réflex Roma”).
Per la prima volta è stato inoltre creato uno spazio dedicato all’editoria fotografica, Photobook alla Pelanda, dove quindici tra editori, bookshop, scuole e altre realtà della fotografia italiana hanno potuto far conoscere i loro progetti. Per concludere, come riporta il sito dell’evento: “Il Festival ha visto rinnovato il suo circuito, sempre basato sulle prestigiose accademie di cultura straniere (mostre di Claire Chevrier all’Accademia di Francia a Villa Medici, di José Manuel Ballester all’Accademia di Spagna, e dello Studio Mumbai alla British School), con una partecipazione sempre più di qualità delle gallerie romane, l’esordio del bellissimo spazio Antonello Colonna Arte a Labico, la continuazione del rapporto con l’ICCD con la mostra “Corpi di reato”, e la mostra “Lost&Found” dedicata alle fotografie ritrovate dopo lo tsunami giapponese.”
La fotografia, in questa edizione, è stata profondamente ancorata alla realtà dei nostri giorni. Ha cercato di indagare i mille rivoli di un tema forte come quello del lavoro, non è rimasta astratta e fine a se stessa, come se ne vede molta in giro. In questo ha lasciato il segno, perché il fine primo della fotografia è sempre stato quello di mostrare a chi non può vedere la realtà, o meglio, la ‘propria visione della realtà’. E il nostro è un presente per nulla roseo, anzi plumbeo e greve, come un pachiderma incagliato tra le scogliere dell’incertezza; così forse va letta la grande fotografia della Costa Concordia, simbolo della stupidità umana, fotografata da Lorenzo Durantini, e intitolata: “Vada a bordo, cazzo!”.












