On The Road, il capolavoro di Kerouac si incarna e diventa film grazie a Walter Salles
di Matteo Molon
“Mentre muovo verso sud” è il simbolo di una delle canzoni più famose dei Negrita (Rotolando Verso Sud), un’immagine che racchiude uno degli ultimi viaggi (in Messico) compiuti da Kerouac in On The Road, nei panni del suo alter ego, cartaceo quanto reale, essendo un libro fortemente autobiografico, testimonianza scritta delle esperienze viaggianti, sulla strade asfaltate e mentali, compiute realmente dallo stesso, giovane, Jack.
Spesso da un film tratto da un libro ci si aspetta ne vengano messi in carne e ossa gli aspetti più letterari e immateriali, ma sarebbe un crimine verso l’opera stessa.
Il cinema ha la facoltà di raccontare la parte tattile e commestibile di ogni storia stesa su carta, dunque ecco Walter Salles mettere in scena gli aspetti più animaleschi, istintivi e carnali dell’opera, cruciale per la generazione rock ‘n roll. Una generazione composta da altrettante epoche, passate musicalmente attraverso il jazz, il blues, il rockabilly, fino ad arrivare alle prime forme di rock ‘n roll targate Rolling Stones e Beatles.
Giovani cresciuti sulle targhe di macchine pesanti, in viaggio per degli States di cui hanno fatto tesoro della loro immensa vastità geografica. Non solo strade, ma orizzonti, campi, cittadine, città, distese di neve e sabbia, cuciti addosso alle persone che abitano questi luoghi, dai diversi valori, diversi stili di vita. E’ la gente semplice a risultare la più interessante, perché con poco e la fantasia riesce a far germogliare dal mesto terriccio un intero campo fiorito. “Ogni terra un nome ed ogni nome un fiore dentro me” (Negrita).
Per capire On The Roard bisogna andare oltre le solite noiose definizioni; i personaggi non sono qualcuno in particolare ma la dimensione che ogni lettore/spettatore può incarnare e vivere concretamente nel mondo dell’immaginazione. Lo stimolo creativo fa comprendere quanto essenzialità e fantasia aiutino ad andare oltre, affrontando il mondo.
La storia di due ragazzi e una ragazza che abbandonano ogni convenzione sociale per imparare da zero, immergendosi nella musica e nei respiri del globo: ogni cosa è scoperta, ogni cosa è poesia. L’oggetto materiale trascende se stesso arrivando a svelare la naturale morale, unita e fusa in comune armonia a quella fisica.
Un tramonto sulla città nel consumarsi di una sigaretta non è unicamente un bel vedere nella quiete della sera. E’ un momento unico, un’inconsapevole introspettiva. E’ una pace interiore scrutante e liberante inquietudini e gioie, un’affascinante bellezza che leva il senso di colpa lavando l’inquietudine, amplificando così la gioia e la serena contentezza. E’ un bacio, una carezza, un abbraccio, una bevuta, un piatto caldo, è qualsiasi altra comparabile cosa che gridi gioia.
La dimensione morale di quello che si percepisce è la dimensione fisica di quello che si vede, ma bisogna essere viaggiatori, bisogna lasciarsi andare e partire per capirlo. A tal proposito, i Negrita muovendo verso sud cantano “ogni uomo è solo quello che scoprirà inseguendo le distanze dentro se” / “sotto un cielo avorio, sotto nubi porpora. Mille fuochi accesi, mille sassi sulla via” giungendo a un “sogno un viaggio morbido, dentro al mio spirito, e vado via, vado via, mi vida così sia“.
Sarebbe stato impensabile riproporre i ragionamenti e le filosofie dell’autore, essi vanno dedotti. Vanno dedotti nell’eccitazione frenetica delle pulsioni dei ragazzi, nelle braccia, nelle mani che prudono e nelle pupille che si dilatano, nell’emancipazione ideale e sessuale, alla scoperta del corpo e della natura di se. Voglie e desideri repressi tornano prepotentemente a galla, incontenibili, e fanno scalpitare dalla pressione di vederli realizzati, muovendo verso sud, il proprio sud. Ancora meglio se in auto e alla guida.
In pochi termini polverosi, la rock ‘n roll generation può essere cosi tradotta in ordine sparso: musica, sesso, idee, divertimento, creatività, scoperta, movimento, condivisione, amicizia, intimità, affetto, alcol e droga. Ancora più sinteticamente nel dualismo Passioni e Pulsioni.
Ma On The Road è anche una storia triste, forse una della più tristi mai lette/viste nel rovescio della medaglia. Si raffigura una gioventù allo sbando in un’epoca socialmente, individualmente distrutta, egoisticamente solitaria, dove ideali e qualsiasi forma di calore umano sono solo sbiaditi riflessi di un’altra epoca passata. Il significato è ben espresso nel verso “E ho ritrovato la fotografia, io e te a Bologna ed un bicchiere vuoto” del cantautore Il Cile. Giovani senza niente, nella povertà, nella fame morale, una mestizia che però si emancipa, e risponde cercando con qualsiasi strumento d’impeto di raggiungere ciò di cui si è stati privati.
Inutile è l’affossarsi, fissandosi su determinate claustrofobiche e ansiose questioni. Il buono, il bruciare dentro, ululato di fuoco dei coyote nel ventre della notte americana, verrà da se, ma va percorso, rincorso e soprattutto voluto quanto si vuole La Vita.
On The Road è respirare il profumo del cielo avorio e delle nubi porpora.












