Reato di tortura, l’Italia ancora lontana dall’approvazione della legge
di Francesco Pirillo
Il reato di tortura è ancora un tasto dolente per la legislazione italiana. Non c’è niente da fare, il cammino è ancora tortuoso e lungo. Lo scorso 26 settembre il ddl è stato nuovamente rinviato in Commissione, dopo essere stato approvato dal Senato. Per legiferare il testo di legge esso deve passare per la Camera dei deputati e nel caso venisse modificato, tornerebbe al Senato ed infine approvato. Conoscendo come proseguono le questioni giudiziarie e politiche nel nostro Paese c’è ancora da aspettare per allinearsi con il resto dell’Europa e con la Convenzione Onu.
Ilaria Cucchi è intervenuta sulle colonne di Left, il supplemento del sabato de L’unità, riportando alle cronache la tardiva approvazione di una legge doverosa, quanto giusta, come quella sulla tortura. Il vicepresidente dell’Associazione Federico Aldrovandi – Le loro voci, nonché sorella di Stefano Cucchi, il geometra romano morto il 22 ottobre 2009 mentre era nelle mani dello Stato, ha espresso il suo disappunto per una decisione importante che tarda ad arrivare e che rischia di infangare tutti quei soggetti delle forze dell’ordine che compiono il loro mestiere nella maniera adatta. “Quante volte abbiamo sentito parlare – scrive Ilaria – di mele marce che devono essere tolte da un albero sano?”.
Quando si potrebbe arrivare ad una svolta, c’è sempre qualche cosa che lo impedisce. La lentezza dell’approvazione, che nasconde un pizzico di inefficienza, è la prima causa di tutto ciò, producendo un senso di rabbia e allo stesso tempo di amarezza. “La legge sulla tortura – continua Ilaria Cucchi – adottata da decenni da tutte le democrazie del mondo, in Italia, per motivi oscuri, quale che fosse il colore dei governi che vi si sono succeduti, non è mai stata approvata”.
“Per il bene che io continuo a volere al mio Paese, chiedo che le forze dell’ordine tutte insieme chiedano a gran voce che essa venga subito adottata a garanzia di tutti e soprattutto di esse stesse. Il silenzio non giova. Anzi, è inaccettabile e dannoso”. Silenzio politico, delle forze dell’ordine e di una certe informazione a volte distratta a quelli che sono i temi di comune e civile convivenza e stabilità statale.
L’articolo 13 della Costituzione afferma che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”, ma di tortura non si parla. Nel 1988 l’Italia ratificò la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ma fino ad oggi il nostro paese è inadempiente a tale convenzione. La Corte europea per i diritti umani (Cedu) “giudica le violazioni dei diritti umani di 43 Stati aderenti al Consiglio d’Europa. La maggior parte dei ricorsi oggi pendenti alla Corte si riferiscono a cinque Stati – Russia, Italia, Turchia, Ucraina e Romania – che coprono da soli il 63% del lavoro del tribunale”. Se la matematica non è un’opinione, questo è un dato che lascia pensare e che pesa agli occhi di una Comunità europea che prende in considerazione un reato che va contro l’essere umano.
Per questo motivo sono state indette numerose petizioni, non ultima quella proposta dall’Associazione Detenuto ignoto, tra i cui firmatari spiccano i volti purtroppo noti alla cronaca italiana: Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, Lucia Uva, sorella di Giuseppe, Ilaria Cucchi, l’avvocato Fabio Anselmo, Luciano Isidro Diaz. “Prevedere il reato di tortura – si legge nella premessa alla Petizione – nell’ordinamento italiano significa poter prevenire e poter punire quei comportamenti dei pubblici ufficiali che rientrerebbero nel suo ambito di applicazione. In sua assenza, invece si applicano le norme su reati meno gravi, con pene più lievi, che possono andare prescritti, così come spesso accade”. L’appello è rivolto a tutti ed è possibile firmarlo sul sito www.detenutoignoto.com .













