Giovani e non, oggi parliamo di globalizzazione
di Marta Dal Corso
È iniziata ieri pomeriggio alle 17.30 la prima conferenza del ciclo tematico intitolato “Giovani oggi, adulti domani. Quali scenari nel mondo globalizzato?”. L’iniziativa è stata promossa dal Collegio femminile don Nicola Mazza, in modo particolare voluta da suor Germana Canteri, ed è stata realizzata anche con l’interesse dell’Università, dell’Esu, dell’Istituto Superiore San Pietro Martire e dello Studio teologico San Zeno. L’evento ha riscosso indubbiamente un notevole interesse nella cittadinanza veronese. L’aula del Polo Zanotto era infatti gremita di persone. Studenti, lavoratori e pensionati hanno partecipato interessati e motivati alla relazione della giornata “Un mondo globale?” esposta da Romano Prodi. Un racconto sulla globalizzazione concreto ed economico, arricchito dall’esperienza vissuta, dal relatore, sia come docente universitario sia come autorevole esponente politico.
La riflessione di Prodi si è articolata su alcune considerazioni storiche, politiche e geografiche del cambiamento mondiale caratterizzato dalla globalizzazione. I ruoli egemonici degli Stati sono infatti cambiati nel corso dei secoli. Se l’Europa si era imposta militarmente ed economicamente nel XIX secolo, il secolo successivo ha visto, invece, espandere il dominio statunitense attraverso mezzi innovativi. Il sociologo Fukuyama scrisse, in tal proposito, che la caduta del muro di Berlino con il trionfo del modello capitalistico e con la formazione di un assetto geo-politico unificato, portava alla fine della storia. Nel pensiero dell’autore il capitalismo e la cultura liberaldemocratica sarebbero stati esportati nel mondo intero. Nulla di più vero. Eppure il dominio americano sembra oggi in crisi a causa della rapida ascesa di altre Nazioni, la Cina prima fra tutte. “E’ la prima volta che un Paese esporta beni, lavoratori, capitali e tecnologie. Questo sconvolge la realtà.” dichiara il professore. Emergono la furbizia e l’intraprendenza della politica cinese. Basti pensare che è l’unico Paese in grado di tessere relazioni internazionali con 51 Stati africani su 54. C’è una volontà di espansione, di ricchezza e di futuro palpabile anche solo nel prodotto lordo mondiale che in Cina, nell’arco di pochissimi anni, è passato dall’1-2% al 10%. “Il centro di riferimento americano si è spostato dall’Europa al Pacifico.” continua Prodi nella sua spiegazione, a causa delle divisioni tra i singoli paesi europei. All’interno di questo gioco globale è necessario quindi che l’Europa ritrovi una posizione e un ruolo. Nel nostro continente la globalizzazione ha alimentato la paura verso gli altri e verso l’esterno, “comportando una politica sempre più chiusa in sé stessa nel tentativo di difendersi dal crescente populismo.” Le divisioni interne ai singoli stati, la moltitudine di lingue parlate, le diverse tradizioni e usanze hanno impedito fino ad oggi di formare un’Europa unita, ma non si può continuare su questa strada. Il rischio è diventare una forza muta che non conta nulla. Ecco perché il professore ritiene che come Unione Europea abbiamo il dovere di essere una potenza politica forte. La formazione dell’euro non basta più. Bisogna cambiare la natura della sovranità europea, bisogna parlare d’Europa e rinvigorirla. “Se non esercitiamo questa leadership togliamo ai giovani l’opportunità del futuro.”
Ma di quale futuro? Sociologi e storici parlano di una globalizzazione che sta comportando un processo d’integrazione dei popoli, una rivoluzione informatica e tecnologica, un processo di omologazione di tutte le economie e culture al modello occidentale, nella formazione di quello che McLuhan ha definito il villaggio globale. Come ogni processo, la globalizzazione ha dei meriti e alcuni demeriti. Rimane fondamentale in qualsiasi cambiamento chiedersi quale fine fa la persona. Vi sono dati statistici che fanno interrogare sull’effettivo funzionamento di questo sistema globale poiché al di là dell’american way of life, del libero mercato e della finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione ha un effetto pervasivo sui popoli. Dai dati presentati dalle Nazioni Unite, su una popolazione mondiale attesta a 6,9 miliardi di abitanti, 214 milioni sono migranti internazionali. Il 68% di questi proviene dal Sud del mondo. La mancanza di sviluppo, lo sfruttamento e le persecuzioni spingono queste persone a trasferirsi. L’Europa è la meta di destinazione preferita per chi parte dal medesimo continente. L’Asia è invece la regione da cui parte il maggior numero di migranti internazionali, il 39% circa. In Africa la popolazione è raddoppiata in meno di trent’anni. Il 55% dei migranti si sposta nel continente mentre il 71% dei migranti dell’America Latina si spostano verso gli Stati Uniti. Questi numeri sono comprensibili se si considera che al Nord del mondo sia attribuito il 78% dei consumi. O ancora scoprendo dal rapporto OCSE che “ il dieci per cento più ricco della popolazione mondiale ha un reddito nove volte maggiore di quello del dieci per cento più povero”. O ancora apprendendo che negli anni tra il 1996 e il 2006 la popolazione che guadagnava meno di due dollari al giorno è aumentata del 7%, costituendo il 63% della popolazione mondiale. E che il 18% dell’umanità controlla l’81% dei beni nel mondo. Sapendo anche che il 40% dell’economia e il 50% delle esportazioni globali sono gestire da sole 200 multinazionali. O che in Paesi come la Polonia, l’Indonesia e lo Sri Lanka la crescita percentuale del Pil, fino al 2007, non corrispondeva ad una crescita del benessere, al contrario era parallela all’aumento della povertà. Tutto ciò in linea con il pensiero di Chomsky che aveva definito la globalizzazione come “un sistema di integrazione internazionale che cerca di appagare tutti, ma che alla fine appaga almeno quelli che contano.”
La potenza economica di Cina e Stati Uniti potrebbe essere quindi ammirabile se non si sapessero gli effetti oscuri che l’arricchimento di una parte del mondo porta all’altra. La sola economia probabilmente non basta. Serve anche un progetto politico, un progetto che sappia trovare valore in un bene comune internazionale. Il ruolo dell’Europa, di cui parlava il professore durante la conferenza, potrebbe essere incisivo su quest’aspetto. Marthin Luther King domandava “Ogni uomo deve decidere se camminerà nella luce dell’altruismo creativo o nel buio dell’egoismo distruttivo. Questa è la decisione. La più insistente ed urgente domanda della vita è: Che cosa fate voi per gli altri?”. Potrebbe essere tempo di dare una risposta.
Fonte: riproduzione privata
Foto: Marta Dal Corso











