15 ottobre – Un anno dopo
di Genesio
Il 15 di Ottobre è rimasto nella storia giornalistica come la giornata campale dove fu incendiata la camionetta della Polizia, con “Er Pelliccia” immortalato nel lancio dell’estintore. Si trattava in realtà della prima prova di forza mondiale proposta dal 15M spagnolo, che lanciò a tutte le piazze del mondo l’appello a ribellarsi. Intrinsecamente global, la protesta è stata dipinta come l’ennesimo tentativo dei black block di fare casino protestando contro la globalizzazione. Si arrivò alla proposta di Maroni di istituire la “tessera del manifestante” e ad amene dichiarazioni di Alemanno. La realtà è che in oltre 1000 città del mondo esplose la protesta, e (quasi) un anno dopo la Spagna ha rilanciato.
La manifestazione di sabato è stata però profondamente diversa. Dal mezzo milione dell’anno scorso si è passati a circa 11.000 persone a Madrid, e non c’è stato nessun moto su scala mondiale. Cos’è cambiato?
Innanzitutto la forma: non più una grande concentrazione, bensì un lungo percorso che dalla sede di rappresentanza dell’UE è arrivato a Sol, piazza simbolica di tutto il movimento, bloccando per ore alcune delle principali strade di Madrid. In secondo luogo è cambiato il movimento, con le sue parole d’ordine. La protesta l’anno scorso era più vaga e universalista, e abbracciava realtà diverse con destini diversi, dal movimento Occupy alle manifestazioni in Grecia. Questa volta il centro della contestazione era un obiettivo ben definito: il debito. Di fronte agli occhi di tutti gli spagnoli pare vergognoso che la spesa per gli interessi del debito sia 10 volte superiore a quella destinata all’educazione, soprattutto perché gran parte di questo debito è stato accumulato negli anni di prosperità economica, quando con un certo scetticismo (ma senza grandi patemi morali) i governanti spagnoli seguivano il consiglio dei colleghi europei di non preoccuparsi e di continuare a emettere buoni del tesoro di cui non c’era bisogno, che ora devono essere rifinanziati con uno spread a quota 500
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Il debito pubblico in Spagna è diverso da quello italiano, sia per nascita che per dimensioni, ma a causa della fortissima crisi e dei tassi d’interesse insostenibili sta assumendo un peso sempre maggiore nella limitazione dei margini di manovra di chiunque governi. Per queste ragioni si sta diffondendo il concetto di debito odioso, dei soldi non dovuti in quanto non richiesti, come uno dei tasselli fondamentali della rifondazione della democrazia che il movimento spagnolo vuole portare avanti. Oltre a una revisione del concetto di divieto del mandato imperativo (si chiede il diritto dei governati di cacciare i propri governanti quando questi tradiscano la parola data) e al rifiuto della corruzione, si aggiunge un altro tassello al nucleo teorico del 15M. Può essere visto come la traduzione in termini economici di un principio di autodeterminazione e di autogoverno, molto sentito in un Paese dove hanno forte eco le dichiarazioni della Commissione Europea e della BCE sulla necessità di abbassare i salari in Spagna per migliorare l’occupazione (il 35% dei lavoratori riceve 631 euro al mese o meno, il tasso di disoccupazione è al 25% e per la giovanile è al 53%).
Si può certamente fare un appunto alla comunicazione dei concetti, in quanto scenograficamente si può interpretare questa protesta come l’ennesima manifestazione di euroscetticismo o di ritorno di fiamma di un nazionalismo. In realtà in pochi rivogliono la peseta, in molti rivogliono la sovranità.










