Il diritto di uscire in pigiama. Notizie serie e semiserie sull’American costume
di Stefano L. Alberti
Una curiosissima notizia è stata divulgata nella mattinata di ieri da alcuni blog: la città di Philadelphia, Pennsylvania, secondo una statistica Experian Marketing, primeggia, a paragone con altri 208 centri commerciali statunitensi, nell’acquisto dei pantaloni della tuta.
Si conferma in questo peculiare primato per il secondo anno di fila, tallonata da Hartford, Connecticut, e da Pittsburgh, sempre in Pennsylvania.
Il signor John Fetto, ricercatore presso la società incaricata della statistica, dice che “non c’è nulla di male”, vista anche la grande varietà di prodotti, ricompresi nella categoria, che oggi sono in vendita: amare la tuta non è segno di squallore né di scarsa fantasia. Aggiunge che forse ciò è dovuto alla tendenza, tipica degli abitanti della città di William Lashner e delle cheese steaks, di fare molto moto.
E’ noto che i nordamericani, e in particolare quelli della East Coast, hanno sempre avuto un approccio piuttosto pragmatico all’eleganza. Se non fosse per la variamente denominata subcultura Ivy – Preppy – Trad, il mondo sarebbe privo di idee come le giacche larghe tagliate a sacchetto, gli abiti spezzati, le camicie con colletto molle, e i comodi mocassini non sarebbero stati sdoganati, ma rimarrebbero tuttora retaggio dei soli pescatori di Norvegia. Prima di essere utilizzate per fare attività sportiva, le felpe col cappuccio erano esclusivamente abbigliamento da lavoro degli addetti alle ghiacciaie di New York.
Fu insomma nei colleges affacciati sull’Atlantico, da Boston in giù, che nacque lo stile del business casual e del casual puro e semplice, generalmente accettato nei posti di lavoro di ogni parte del globo.
Ora però, potremmo dire, ci stiamo spingendo un po’ troppo in là, e probabilmente in molti rabbrividirebbero a vedere sostituiti i già onnipresenti blue jeans con pantaloni morbidi in felpa o acetato.
Ma gli americani, si sa, esagerano, e da Shreveport, Louisiana, arriva una notiziola che sposta l’argomento a un livello diverso, per così dire più serio, coinvolgendo profili giuridici e politici.
L’incantevole cittadina nella parrocchia di Caddo infatti sta per vedere entrare in vigore un’ordinanza, ad opera del signor Michael Williams, tale da vietare di indossare pigiami in pubblico.
Secondo quanto racconta il giornale Shreveport Times, accadde che in una locale succursale del supermercato Wal-Mart a un giovane in pigiama caddero, più o meno accidentalmente, i pantaloni, con conseguente, ma indesiderata, esibizione della sua virilità. Per questo è nata la crociata contro i pigiami: i buoni cittadini non vogliono correre rischi, e desiderano che i loro consociati indossino calzoni saldamente ancorati da una cerniera, un paio di bottoni, una cintura – o, i più avventurosi, un paio di bretelle.
Viceversa, la signora Tracy Carter, residente nella città, rammenta che ella e i suoi piccoli, di 3, 5, e 12 anni, escono spesso in pigiama, per ragioni di praticità, e vorrebbe che le si continuasse a concedere questo diritto
Dalla sua, si può argomentare che un pigiama, se correttamente indossato, è coprente quanto un indumento qualsiasi, e può essere lavato a temperature più alte di un paio di pantaloni, a tutto vantaggio dell’igiene.
La questione, come si vede, non è peregrina, e chi vi scrive è del tutto curioso di conoscerne un eventuale parere della Corte Suprema dello Stato o della Federazione, qualora chiamata in causa.
Mette conto considerare come in America da molti anni stia andando avanti il dibattito sui pantaloni bassi con mutande a vista, cosiddetto stile “sagging”, le cui vicende giudiziarie sono ondivaghe.












