Pubblicato il: gio, ott 11th, 2012

Il declino programmatico dell’istruzione

di Davide Papetti

Il Viceministro del Lavoro Michel Martone

Michel Martone, il viceministro del lavoro dell’attuale Governo, lo scorso 7 Settembre in occasione del convegno dell’Udc tenutosi a Chianciano Terme nel senese, si esprimeva con queste parole: “È difficile intravedere il futuro per i giovani oggi. La scelta del Governo è stata quella di ripartire dai giovani per restituire loro il futuro cui hanno diritto”. A poco più di un mese di distanza quegli stessi giovani verso i quali erano rivolte tali rassicuranti affermazioni, paiono essere davvero tutt’altro che concordi nel valutare l’operato di Monti e colleghi. Circa i principali problemi che concernono quanto di più importante e decisivo esista in relazione al futuro delle nuove generazioni, istruzione e relativo inserimento nel mondo del lavoro, le scelte finora intraprese paiono infatti essere manchevoli e del tutto inadeguate al difficile compito di ristrutturazione e risanamento del mondo della scuola e dell’Università, annunciato a più voci dai cosiddetti “tecnici”.

Siamo nel mese di Ottobre e in molti già se lo aspettavano notevolmente “caldo”. Tradizionalmente poi non sono mai mancate le manifestazioni di dissenso proprio in questo periodo dell’anno, eppure questa volta il clima politico/sociale pare essere radicalmente diverso rispetto a quello registrato negli ultimi vent’anni. Tralasciando i sintomi più rumorosi e fastidiosi dell’antipolitica, proveniamo infatti da una stagione di totale rarefazione delle opinioni dissenzienti; l’impero dei mercati finanziari che sovrasta il vivere umano quotidiano ha portato alla strana condizione, al limite della patologia culturale, che vede i cittadini italiani accontentarsi per inerzia della realtà costituita. In nome della ormai abusata “credibilità” riconquistata in Europa, si è ormai pronti ad accettare e giustificare ogni cosa senza colpo ferire. Per questo motivo pare proprio che, pur iscrivendosi dal punto di vista della tempistica in una ben rodata tradizione studentesca, il fatto che finalmente qualcuno scelga democraticamente di esercitare un proprio diritto garantito dalla Costituzione – manifestando liberamente in pubblica piazza, in modo dunque esplicito, il proprio disappunto nei confronti delle scelte della classe dirigente attuale – debba essere salutato come una felice novità, una fresca ventata di gioventù che faccia da contrappeso alla predominante freddezza professorale caratteristica di questi tempi.

Nella giornata di venerdì 12 ottobre è stato proclamato dalla Cgil scuola (Flc) uno sciopero a livello nazionale che coinvolgerà tutte le città d’Italia; i temi di discussione e i motivi di contrasto sono chiaramente molti e coinvolgono tanto gli studenti quanto i docenti e il personale Ata, riguardando sia le carenti strutture fisiche degli edifici scolastici, così come l’intera struttura burocratica e l’organizzazione della didattica nelle scuole di primo e secondo grado, al pari che all’interno delle Università. Alla base di tutto questo è però evidente che il problema centrale rimane quello dei finanziamenti, sempre più scarsi e mal distribuiti, e dei tagli vigorosi imposti alla scuola pubblica con estenuante coerenza da ormai molti anni: in particolare a preoccupare è la prossima approvazione in Consiglio dei Ministri della famigerata seconda “spending review”, che a detta del sindacato dovrebbe costare all’incirca altri 200 milioni di tagli.

Il ministro dell’istruzione Francesco Profumo

Al centro delle polemiche è ovviamente finito il ministro Profumo, le cui azioni e proposte appaiono determinatamente improntate a continuare il lavoro svolto dai suoi illustri predecessori, Letizia Moratti e Mariastella Gelmini in primis. Niente di nuovo sotto il sole in questo senso: progressiva aziendalizzazione della scuola cui però non corrisponde un efficace e funzionale avvicinamento dei giovani al mondo del lavoro, impoverimento complessivo della didattica e delle offerte formative, utilizzo spensierato e demagogico della parola “merito” per giustificare gli inopinati tagli alle attività di ricerca nelle Università. Queste ultime per altro, virtuose e non virtuose, presentano notevoli altri irrisolti problemi che tendono ad acuirsi con il passare del tempo; basti in questo senso citare il progressivo innalzamento della tassazione e la radicale diminuzione delle agevolazioni per gli studenti meritevoli, in barba a ogni proclama di sorta. In Europa gli unici a far peggio dell’Italia dal punto di vista dei contributi studenteschi sono la Gran Bretagna e i Paesi Bassi, mentre in Francia ad esempio una laurea triennale viene a costare meno di 200 euro annui, o per quanto riguarda la lontanissima Svezia, fa quasi sorridere ricordare che fino al 2010 potevano accedere all’istruzione universitaria gli studenti svedesi, al pari di quelli stranieri, gratuitamente.

Varrebbe forse la pena di prendere in considerazione il fatto che un Paese europeo, in grado di essere competitivo a livello mondiale, dovrebbe non soltanto preservare ciò che costituisce il proprio patrimonio culturale e scientifico, ma persino promuoverne la crescita e distribuzione ramificata all’interno del tessuto sociale. Ciò di cui si necessita è sì una riforma strutturale della pubblica istruzione, dato che l’ultima vera risale ormai a Giovanni Gentile nel ’23 in piena epoca fascista, ma non certo di riforme improvvisate che, di anno in anno, modificando un terreno sempre più instabile e infecondo, costringono ad una continua e sterile evoluzione generante nient’altro che confusione. Probabilmente Michel Martone non passerà dunque alla storia, al pari del suo Governo d’appartenenza, per le frasi più sopra riportate, né tanto meno per aver effettivamente compiuto le meritevoli azioni che quelle dichiarazioni esprimevano, ma almeno potrà certo essere ricordato per aver definito pubblicamente e indistintamente degli “sfigati” (24/01/2012) tutti coloro che si laureano dopo i 28 anni. Forse, nell’Italia di oggi, anche questo può contribuire ad accrescere il prestigio e il merito che un “Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali” può legittimamente rivendicare.

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