Pubblicato il: mar, ott 9th, 2012

Nel silenzio della violazione dei diritti umani femminili

di Marta Dal Corso

Enrica è l’ennesima vittima di quest’anno. È una delle tante donne che per mano del proprio compagno ha perso la vita. Il suo nome diventa un numero in più da aggiungere alla lista elaborata dal Telefono Rosa per testimoniare quanto crudeli e attuali siano ancora le violenze protratte ai danni delle donne. Con Enrica sono, infatti, novantotto le vite femminili uccise negli ultimi dieci mesi. Novantotto vite spezzate, protagoniste di un copione tenuto nascosto dal trucco, dalle bugie, dal silenzio.

I dati proposti dall’associazione indicano purtroppo una realtà scabrosa e quotidiana, vissuta silenziosamente dalle donne all’interno delle pareti domestiche. Il 69,7% degli stupri è opera del partner, il 17,4% di un conoscente e il 6,2% di estranei. Ogni anno sono uccise in media 100 donne dal proprio compagno. Sono quasi 700 mila le donne che subiscono violenza da parte del marito, del fidanzato che sia. Ancor più preoccupante è la rivelazione secondo cui il 95% delle vittime non denuncia la violenza subita. Per Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono rosa, “la paura di raccontare deriva da una situazione di sudditanza. Fisica e psicologica, ma anche finanziaria.”. Aggiunge Rashida Manjoo, relatrice Onu sul femminicidio italiano, “La maggioranza delle manifestazioni di violenza non sono denunciate perché vivono in una contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine; dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza; e persiste la percezione che le risposte fornite dallo Stato non sono appropriate e di protezione”.

Sembra quindi che la violenza protratta verso le donne sia un problema culturale e politico che si manifesta incessantemente, nonostante il mutare degli anni e delle zone geografiche. È una ferita aperta in tutto il mondo che l’umanità non è ancora riuscita a colmare ma che tenta di cucire. È una battaglia di giustizia e di garanzia dei diritti che avviene sia a titolo nazionale che internazionale. Nel mondo l’essere donna assume significati diversi in base alla società di appartenenza, alle regole culturali, alle tradizioni vigenti nel Paese. Ci sono Nazioni in cui le leggi si esprimono in maniera paritaria anche se nel concreto hanno delle carenze di applicazione. Altri in cui la discriminazione è nelle leggi stesse che prevedono obblighi e divieti specifici per le donne. La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo datata 1948 è stata criticata e poi ampliata per volontà delle donne. Esse dimostrarono come le definizioni correnti di “diritti umani” presenti nella Carta, non tenessero conto del modo in cui le violazioni e gli abusi colpissero differentemente i due sessi. Manifestarono quindi la necessità di guardare i diritti umani con una lente di genere. Ciò contribuì a far nascere nel 1979 la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, che ha costituito la più estesa carta mondiale dei diritti delle donne ed ha stabilito gli standard di uguaglianza per le donne nel mondo. Tale convenzione fu ratificata da 179 Stati ma il perdurare delle inadempienze e delle violazioni costrinse i Paesi firmatari ad aggiungere un protocollo grazie al quale le associazioni non governative e gli individui possono denunciare le inosservanze esistenti nelle Nazioni. Sulla base di questo protocollo le organizzazioni internazionali permettono di far scoprire l’amara realtà della condizione dei diritti femminili nel mondo, perché purtroppo ciò che è sancito sulle Carte non corrisponde sempre alla vita reale.

L’Unicef svela che ben 1.300 donne muoiono di parto al giorno. Tre milioni sono le bambine mutilate tra Arabia, Africa e America Latina, cosi come avviene a mezzo milione di donne che vivono in Europa, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità. Tra le sessanta e le cento milioni di bambine vengono uccise allo stato fetale o dopo la nascita a causa del loro sesso. Le bambine analfabete sono più di sessanta milioni. Si scopre anche che in Africa e Asia il tasso di sieropositività femminile è maggiore rispetto a quello maschile a causa della mercificazione corporea. In Sud Africa le lavoratrici agricole non possono stipulare contratti senza il marito. Nelle guerre civili lo stupro, le barbarie e le mutilazioni genitali femminili divengono la prima arma di distruzioni di massa. Inoltre in Iran le donne non possono essere magistrati o ingegneri e rischiando invece di essere arrestate dalla polizia religiosa se non portano il velo. In Arabia le donne non possono guidare l’auto o andare in bicicletta, ma possono essere arrestate per abbigliamento considerato non adeguato. In Arabia, Pakistan, Sudan e Nigeria vige ancora la lapidazione, inferta il più delle volte a donne accusate di adulterio. E ancora, è accaduto in Perù, durante la presidenza Fujimori, ma anche in India, Uzbekistan e Cina, dove le donne sono state sottoposte in massa a sterilizzazione forzata. Ogni giorno sono uccise in India 14 donne da mariti o familiari. Sono 79 i Paesi che non hanno leggi contro le violenze domestiche tra cui Russia, Armenia, Georgia, Bulgaria e 54 quelli che non hanno leggi anti-discriminatorie.

Amnesty International dichiara che nel 2001 negli Stati Uniti sono state vendute da 45 a 50 mila bambine ed in Europa sono 500 mila le donne vittime di tratta della prostituzione. In quest’ultimo continente la violenza è la prima causa di morte per le donne tra i 14 e i 44 anni. Di una morte paurosa ma nascosta. Questa è solo una parte del copione di diritti violati e infranti che prende scena. Una recita scritta e parlata ad alta voce però, per dichiarare ingiustizia e rompere il silenzio.

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