Pubblicato il: mar, ott 9th, 2012

Il Venezuela resta in Sudamerica

di Gianluigi Pala

Hugo Chávez festeggia la vittoria salutando la folla dal balcone di Miraflores, la residenza presidenziale. (reuters)

Le elezioni Presidenziali in Venezuela hanno visto la riconferma del Presidente Hugo Chávez Frías, con poco più del 54% dei voti. Il suo avversario, Henrique Capriles Rodonsky si è invece fermato intorno al 44,5%. Gli altri quattro candidati hanno raccolto meno dell’1% delle preferenze. Così a 14 anni dalla sua prima elezione, al leader del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) vengono concessi altri sei anni di mandato, sempre che la malattia lo permetta. In una giornata elettorale trascorsa con pochissimi incidenti e una grandissima partecipazione, oltre l’80% degli aventi diritto, il modello democratico venezuelano ha retto.

Per quanto rinnovata la fiducia verso il carismatico leader Chávez, il Venezuela ha dimostrato di non essere unilateralmente dalla sua parte. Sono, infatti, lontane le schiaccianti vittorie con oltre il 60% di consensi, come nel 2006. Il Venezuela sta quindi cambiando. Questo anche grazie alla presenza di un’opposizione credibile. Sino alle ultime elezioni nessun candidato pareva inspirare troppo la popolazione. Grazie a un cambio di strategia e a riforme interne ai partiti, vere o presunte, le cose son cambiate. Tra loro anche AD e Copei, i due grandi partiti monopolizzatori della democrazia Venezuelana dalla fine degli altri cinquanta sino al 1998, anno della prima elezione di Chávez e della sconfitta dell’oligarchia venezuelana. In questo modo i partiti di opposizione hanno optato per la scelta del candidato unico, eletto mediante primarie di coalizione, la denominata Mesa de Unión Demcrática. Henrique Capriles, quarantenne avvocato ed esponente del Copei con un non ben mai chiarito ruolo durante il colpo di Stato nel 2002, viene eletto leader. La sua candidatura rappresenta una visione meno estrema dei vecchi AD e Copei e molto più vicina ai bisogni della popolazione. Chávez è così giunto al suo quarto mandato presidenziale, superando elezioni democratiche e un colpo di stato fallito, ma dovrà necessariamente cambiare il discorso e l’azione che l’hanno caratterizzato in questi anni, sia in politica interna come estera, che in economia.

In politica interna, se pur i dati dimostrino come Chávez abbia sensibilmente riformato la società venezuelana, diminuendo drasticamente la povertà e le disuguaglianze e migliorando il sistema sanitario e educativo, problemi come la violenza e la sicurezza sono diventati negli anni le grandi sfide del Paese. Caracas è tra i luoghi più insicuri del pianeta, e la microcriminalità la fa da padrona tra le sue strade anche a causa di una corruzione sempre più incontrollabile. Inoltre, riforme istituzionali come la redistribuzione dei poteri (in questo periodo il Venezuela è un presidenzialismo con la figura del Presidente iper-dominante) così come una nuova relazione tra istituzioni e informazione, non imbavagliata ma sì molto osteggiata, sono fondamentali. Lo stesso scenario politico è cambiato. La gran massa popolare che in Chávez trovò una soluzione, ora comincia timidamente a mostrarsi nel mondo del “poter scegliere”, come in qualsiasi democrazia. Gli avversari quindi non sono necessariamente solo i pochi aristocratici latifondisti o del petrolio. Le elezioni lo hanno dimostrato. Anche per quanto riguarda la politica estera Chávez sarà costretto a cambiar rotta. I discorsi antimperialisti, diretti principalmente contro Washington, sono oramai fuori luogo soprattutto con il cambio alla presidenza da Bush a Obama. I grandi alleati di Chávez stanno scomparendo e se da una parte il sostegno da parte del Sudamerica è pieno (lo dimostra tra le altre cose l’entrata nel Mercosur), nel resto del mondo Chávez dovrà indubbiamente cambiare atteggiamento e moderare le sue visioni, se vorrà tessere una rete di appoggi che vada oltre il commercio di petrolio. Petrolio che è stato al centro della campagna elettorale e sul quale entrambi i candidati hanno avuto modo di spiegare le loro improbabili riforme sul tema.

La folla radunatasi nella centrale Avenida Bolívar a Caracas per la chiusura della campagna elettorale di Henrique Capriles. (elnacional.com)

Il Venezuela è tra i principali paesi petroliferi ma a differenza di tanti altri ha il problema dell’innovazione. Il 95% delle esportazioni del paese si basa sull’oro nero, ma a causa della crisi economica internazionale sia la produzione sia la vendita ne hanno risentito. A vari paesi (principalmente a Cuba) è venduto il greggio a prezzi stracciati mentre i più ricchi hanno diminuito la domanda. La ricerca e l’innovazione nel sistema di estrazione avrebbero sicuramente aiutato a gestire meglio e a far diminuire i costi di produzione, ma esattamente come in quasi tutta la regione, gli investimenti in R&D non hanno avuto la priorità. L’educazione e la ricerca dovranno inoltre entrare necessariamente nell’agenda presidenziale, per continuare a essere competitivi non solo economicamente ma anche politicamente e socialmente. Il tutto dipenderà dalle intenzioni dello stesso Chávez e dalla scelta tra il risolvere i nuovi problemi o vivere della rischiosa rendita delle vecchie vittorie. In queste elezioni quindi vince sicuramente la democrazia venezuelana, capace di ospitare elezioni democratiche, con più leader preparati e dotati di seri programmi. Vince Chávez, ma vince in parte anche Capriles, capace di concentrare dopo tanti anni il malcontento di una parte della società e di ottenere altissime percentuali. Vince il Sudamerica, grazie alla continuità nella stabilità geopolitica della regione. Chi invece perde nei seggi oltre a Capriles è anche l’oligarchia del paese, poco a poco sempre meno decisiva nelle sorti del Paese.

Dato certo uscito dalle urne è, paradossalmente, la sconfitta del chavismo. Un movimento alternativo al colono-capitalismo dominante nella regione sino a fine secolo scorso che non è riuscito a espandersi tra le masse e rendersi autonomo rispetto al suo creatore ma capace sinora solo di esaltare il suo leader che, indipendentemente dal suo operato, rimane pur sempre un essere umano e come tale destinato alla scomparsa. Dopo 14 anni il movimento continua ad appigliarsi sulla sua unica figura, con tutte le conseguenze che il potere ha su leader carismatici come Hugo Chávez. Affidarsi a una sola personalità è un difetto che troppo spesso intacca i sistemi politici del Sudamerica e non pare essere destinato a scomparire con l’apparizione della Ola Rosada. I progressi socio-economici vissuti dal Venezuela nell’ultima decade rischiano di aver vita breve. Ma nel caso in cui anche uno degli effetti collaterali della prolungata occupazione presidenziale di Hugo Chávez, ovvero la creazione di una necessaria opposizione matura politicamente e capace di soddisfare le esigenze della cittadinanza, non decida di mandare all’aria una parte delle riforme che lo stesso Henrique Capriles ha sempre definito importanti e parte del progresso nazionale, il futuro democratico del paese sarà assicurato. Anche senza Hugo Chávez.

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