Pubblicato il: lun, ott 8th, 2012

Cambiamento in Egitto? I primi cento giorni del Presidente Morsi al potere

di Omar Abdel Aziz

Sono passati cento giorni da quando Muhammad Morsi, ingegnere e uomo di spicco dei Fratelli Musulmani, è stato nominato Presidente della Repubblica Egiziana, vincendo sullo sfidante Ahmad Shafiq, ex primo ministro di Mubarak.

Subito dopo la nomina, il 24 giugno, Morsi  aveva strappato un promessa agli Egiziani: ” In cento giorni, risolveremo questi tre grandi problemi: la sicurezza, l’energia e la pulizia delle strade”. Tre tematiche importanti, in un Paese allo sbando dopo la rivoluzione, che ogni giorno l’egiziano medio deve affrontare, tra la sicurezza delle strade contro rapimenti e scippi, il metano che manca per l’approvvigionamento delle famiglie, e l’inquinamento dell’aria. E ieri Morsi, al Cairo, in occasione dell’anniversario della guerra del 6 Ottobre 1973, tra Egitto e Israele, si è dato la pagella dei primi cento giorni: “Nelle città è tornata la polizia locale a sorvegliare e il fenomeno degli scippi e delle violenze è sceso del 70%” afferma Morsi mentre restano  ”gravi difficoltà di sicurezza nel Sinai, dopo l’attentato del 6 Agosto contro i nostri militari, alle quali stiamo lavorando con l’intelligence”. Ma è sul nodo spinoso dell’energia, che Morsi parla di un diffuso contrabbando che toglie al governo una buona fetta di approvvigionamento:  ”Abbiamo da pochi giorni arrestato diversi dirigenti nel Ministero del Petrolio che esportavano sottobanco milioni di litri di petrolio ricavandone profitti personali”. Mentre sul tema pulizia dice di aver raggiunto il 40% dell’obbiettivo prefissatosi. Restano però impostanti questioni aperte, come gli investimenti stranieri, il prestito da 5 Miliardi del FMI e il ruolo dei militari nel paese.

Mohammed Morsi, Presidente d’Egitto

Poche settimane fa il Presidente egiziano è volato a Bruxelles e poi Roma, Pechino, New York cercando di rassicurare gli investitori sulla situazione egiziana, fertile per gli investimenti, dove tuttavia restano forti problemi di sicurezza: i diversi gruppi armati in Sinai e il contrabbando di armi nel paese creano instabilità e bloccano i finanziamenti. Il prestito promesso dall’ FMI al Cairo crea non pochi mal di pancia ai principali partiti che lo sostengono: i Giovani della Rivoluzione e i Salafiti. I primi temono che con il prestito l’Egitto possa perdere la sua sovranità economica mentre i secondi ne temono l’implicazione religiosa:  l’interesse sul prestito infatti è contro gli insegnamenti islamici. Solo ieri Morsi è intervenuto con forza rassicurando gli alleati che la percentuale di interesse, in questo caso, non è proibita dall’Islam e di come abbia ricevuto rassicurazioni da Christine Lagarde sulle condizioni del prestito. Un caso, quello del Fmi, che mostra come Morsi debba sempre fare un attento continuo lavoro di mediazione  per garantirsi l’appoggio interno ma senza isolarsi dall’Occidente, aprendo sul fronte degli investimenti internazionali.

Il capo francese dell’FMI, Christine Lagarde

E resta infine per Morsi, un’altra partita, forse la più dura, quella con i militari, in un Paese governato da più di ottant’anni da uomini dell’esercito. La sua mossa di sciogliere ai primi di Agosto il Consiglio Supremo delle Forze Armate è stato un duro colpo per Tantawi, capo del Consiglio e uomo di fiducia di Mubarak, che fino ad allora governava il paese. Ma rimangono gli interrogativi sul ruolo dei militari ora, dopo l’espulsione dalle stanze del potere: detengono infatti un patrimonio nel paese di diversi miliardi di pound egiziani, tra società e immobili, oltre forse a possibili fondi neri sui quali nessuno ha mai indagato. E, visto lo smacco fatto da Morsi ad Agosto, sarebbe forse utile più controllo, perché con i soldi in Egitto si può fare tutto, anche far cadere un presidente.

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