The Killers – Battle Born, cavalcate del deserto
di Matteo Molon
Battle Born è la quarta creatura di una delle rock band contemporanee più famose, The Killers. Originari di Las Vegas, propongono un lavoro che non può considerarsi l’ennesima giocata al tavolo, bensì la fine della partita durante una prima notte al casinò. Alla quale succede un albeggiare soffice, lieve, ma talmente intenso da entrare nelle ossa, nello spirito. Capace di rasserenare e di ripulire dalla fatica. Un’innocenza giovane, il proseguo musicale dell’ultimo libro di Alessandro Baricco, Tre Volte all’Alba.
Questo è l’album della maturità, continuazione di quel mix di indie-rock, elettronica, synth e grandi atmosfere che li ha portati al successo, facendo sapientemente tesoro delle precedenti uscite, e del capitolo solista del cantante Brandon Flowers, Flamingo, uscito nel 2010.
Catapultano l’ascoltatore in un mondo che sa prepotentemente di anni ’80, forse ancora di più del penultimo – dal sapore già spiccatamente eighties – Day & Age. L’idea suscitata dopo i primi ascolti è di un giovane gruppo cresciuto, capace di amalgamare perfettamente adesso ogni aspetto delle sonorità che si porta appresso nella valigia delle idee.
Probabilmente perdono un po’ di quell’aggressività che tanto ha fatto partire sessioni di air guitar ascoltando il primo album, Hot Fuss, grazie a canzoni quali Glamourous Indie Rock & Roll / Mr. Brightside / Somebody Told Me e Jenny Was A Friend Of Mine, ma acquistano una vena più pacata, sicura, candidandosi a incomparabili compagni di viaggi notturni in auto, dimenticandosi questioni spinose, prementi e opprimenti al cuore. Situazione ben rappresentata dalle canzoni Runaways / The Way It Was / Deadlines and Commitments e Miss Atomic Bomb.
I ragazzi di Las Vegas si fanno amare, non come gli amici con cui si va a ballare, ma come quelli con cui si decide di fare un viaggio.
Perché se si è alla ricerca del movimento si ascolti il già citato Day & Age, il quale oltre a riprendere gli ’80, tocca pure andamenti disco. Se invece è del rock più genuino l’obiettivo, si dirotti l’attenzione sui primi due lavori: Hot Fuss e Sam’s Town.
Niente più 16 anni passati in camere a sudare su Somebody Told Me, niente più vacanze estive sicule sdraiati sui muretti a muovere la testa su The World We Live In (contenuto in Day & Age). Ma serate adulte amareggianti trascorse ad ascoltare qualcosa che toglie dai fastidiosi impicci derivati dal crescere e dal maturare.
I The Killers hanno sperimentato in questa parte iniziale della loro carriera varie anime del rock ‘n roll, trovando il punto di equilibrio, ponendosi nel panorama delle band ascoltabili da chiunque, viste le canzoni rilassate e poco aggressive, rimanendo sempre però fedeli a una scrittura e una cura dei particolari che non li fa scadere nel giro di solo qualche mese.
In Battle Born non c’è nessun brano riempi-disco, è un’eterogenea, musicale, cavalcata nel deserto, un’avventura sostenuta proiettata sui paesaggi, ascoltabile senza interruzioni dall’inizio alla fine.












