Malinconia quotidiana: Neil Halstead, Palindrome Hunches
di Alessia Arnesano
L’autunno è alle porte con le sue foglie cadenti e le piogge torrenziali. La sbornia post-concerto Radiohead è passata decisamente a tutti. il tram-tram quotidiano ha ripreso i suoi vorticosi ritmi e nessuno ne aveva voglia. Neil Halstead è il cantautore perfetto da ascoltare tornando a casa dopo una giornata di lavoro o di studio, quando l’unico desiderio è piazzarsi sul divano è far partire il lettore mp3.
Neil Halstead, forse poco conosciuto in Italia, è l’ex-cantante del gruppo shoegaze Slowdive. Lo Shoegaze è un genere nato in Inghilterra alla fine degli anni ’80. Il termine venne coniato dalla stessa stampa britannica che sottolineava l’atteggiamento timido dei componenti di queste band che, con il loro perenne sguardo basso, sembrava scrutassero unicamente le loro scarpe (shoe = scarpe, gaze =fissare). In realtà, i chitarristi dovevano prestare molta attenzione alle pedaliere dato l’uso massiccio di effetti, in particolare i suoni distorti e i riverberi erano tipici del genere.
Il nostro Neal decide di lasciarsi alle spalle feedback e distorsioni. Con lo scioglimento del gruppo nel 1995, fonda i Mojave 3 con i quali si avvicina al country-folk. Dal 2002 si presenta al pubblico anche come solista proseguendo il suo cammino sulla via del folk. Dopo la pubblicazione dell’album Sleeping on Roads e Oh! Mighty Engine, arriva Palindrome Hunches.
I suoni dell’album hanno un’impronta statunitense (parte delle registrazioni è stata fatta a Los Angeles) e inglese allo stesso tempo. Sembra quasi di respirare l’atmosfera rurale della Cornovaglia dove Neil si è trasferito con la famiglia ormai da anni.
La nota dominante del disco è la semplicità senza artifici. Ci si meraviglia di come un “former shoegazer” abbia inciso un album usando semplicemente una chitarra classica e un paio di shakers. Ogni tanto sbuca il pianoforte,in Bad drugs and minor chord, i violini e soffici arpeggi di chitarra come in Spin the Bottlee Tied to You, in quest’ultima evidente il riferimento a Nick Drake.
Si prosegue con Love is a beast, probabilmente uno dei pezzi più coinvolgenti che si snoda tra chitarra classica e violini. E così via, tra la malinconia di Full Moon Rising, la scanzonata Sandy fino alla chiusura di Loose Change. La sensazione finale è la consapevolezza di ascoltare un musicista maturo, vagamente disilluso, ormai lontano dalle urla della città. In fondo è quello che vorremmo fare tutti, almeno per un po’.













