Pubblicato il: mar, ott 2nd, 2012

Italiani, quale storia ricordiamo?

di Marta Dal Corso

Rodolfo Graziani (1882-1955), ritratto al centro

Un nome può essere solo un insieme di lettere pronunciate o può identificare una persona. Nelle pagine colorate della storia, un nome rappresenta sempre un periodo, una Nazione, un personaggio, di cui, nel bene e nel male, è opportuno ricordare. Un articolo di oggi di Gian Antonio Stella ha riportato alla luce un personaggio storico di spicco: Rodolfo Graziani (1882-1955), un militare che in epoca fascista conobbe il suo periodo di gloria. Il suo fu, infatti, un curriculum di rilievo: tra il 1921 e il 1931 operò nella riconquista della Libia, di cui fu poi governatore; tra il 1935 e 1936 divenne comandante del fronte sud durante l’invasione dell’Etiopia, nel 1936-37 fu proclamato viceré d’Etiopia; e infine gli fu affidato il comando delle forze armate della Repubblica di Salò durante la guerra civile dal 1943 al 1945. Si potrebbe pensare che questa fu semplicemente la carriera di un uomo abile nel proprio mestiere. Ma questo non spiegherebbe perché alcune testate giornalistiche straniere, come El Pais, il New York Times o la Bbc, rievochino ora un nome sparito da tempo, tornato in voga solo ad Affile poco più di un mese fa. È bene ricordare come le conquiste politico-militare di Graziani divennero famose per comprendere l’interesse internazionale degli ultimi giorni sul nostro Paese.

In Libia, fece ricorso a severe misure contro la popolazione araba, nell’intento di raggiungere il prima possibile il compito affidatogli, ossia la “riconquista”. Furono quindi costruiti sedici campi di concentramento in mezzo al deserto, in cui furono deportati gli appartenenti delle tribù nomadi della Cirenaica. Il tasso di mortalità che si registrò fu elevatissimo a causa sia delle condizioni igienico-sanitarie che della scarsità di cibo e acqua concessi agli internati. Sterminò le mandrie, bruciò i raccolti. Represse gli oppositori con armi chimiche e costruendo forche in continua lavorazione, fregiandosi dell’epiteto di «macellaio» tra la popolazione locale, tanto che lo scrittore Ugo Pini dichiarò “Di impiccatori ce ne furono dappertutto ed in nome di tutte le patrie o quasi, ma Graziani ne divenne modello inappuntabile.” La campagna in Libia fu l’inizio di una sanguinosa compagine storica. Durante l’invasione dell’Etiopia, e in seguito nel periodo in cui divenne vicerè, Graziani diede prova di durezza e oppressione verso il popolo colonizzato. Bloccato ad Addis Abeba durante la conquista dell’Abissinia, ordinò di bombardare i territori non sottomessi con l’iprite, il fosgene e le arsine, tutte armi chimiche proibite. Nel frattempo ordinò la repressione di tutti i Giovani Etiopi (una sorta di gruppo politico) che furono completamente sterminati.

Il Mausoleo inaugurato nel Comune vicino Roma che porta il nome dello spietato Gerarca Fascista

Nel 1937 i partigiani locali tentarono di uccidere il vicerè. Ferito solamente, Graziani previde una violentissima rappresaglia che, a sue parole, doveva essere una lezione ai negri. Donne, anziani, bambini non furono risparmiati. Scriveva Ciro Poggiali, inviato del Corriere della sera, “Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada… Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente”. Graziani si convinse che gli attentatori si fossero rifugiati nel monastero di Debra Libanos e ordinò di sterminare chiunque vi fosse in loco. Monaci, pellegrini, seminaristi, suore furono massacrati a colpi di mitraglia. Almeno duemila furono le vittime. L’ira del vicerè non si placò facilmente. Temendo che si profetizzasse contro l’occupazione italiana comandò di uccidere cantastorie, indovini e guaritori. Non servivano accuse formali ma solo avere le sembianze di un indovino, una fattucchiera o cantare in pubblico. Dai registri storici emerge che più di un migliaio di persone furono condannate in un solo anno. Intanto nel 1938 Graziani comparve anche come firmatario del Manifesto della razza proclamante le leggi razziali fasciste. Le perdite geografiche che il militare subì durante il suo mandato di governatore in Libia, costrinsero il Duce a richiamare in Italia Graziani a cui, nel 1943, venne affidato il Ministero della Difesa della Repubblica di Salò. Il 4 marzo del 1948 il Ministro degli Esteri etiopico fornì documentazione dei crimini di guerra italiani commessi sul territorio etiope. Il 2 maggio del 1950 Rodolfo Graziani venne accusato e condannato a 19 anni di carcere, dei quali però scontò solo quattro mesi poiché i suoi avvocati dimostrarono che aveva compiuto solo ordini dall’alto. Poi fu rimesso in libertà.

Perché questo personaggio raggiunge adesso tutto questo successo mediatico internazionale? Perché ad Affile, Comune in provincia di Roma, l’11 agosto 2012 è stato inaugurato un mausoleo per commemorare Rodolfo Graziani, passato alla storia, con le parole dello storico Del Boca, come il più sanguinario assassino del colonialismo italiano. Viene spontaneo chiedersi se questo monumento non faccia parte di una rappresentazione che “esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche” proibito dalla legge Scelba art. 4. Viene da chiedersi anche perché in un periodo di crisi si siano stanziati 127 mila euro in favore di un mausoleo. Viene da chiedersi perché l’Italia debba ancora fare i conti con il proprio passato. Viene da chiedersi, infine, perché i paesi esteri denuncino questo evento clamoroso mentre gli italiani non sembrano neanche esserne a conoscenza. A saperlo, viene da indignarsi e da testimoniarlo.

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