Pubblicato il: mar, ott 2nd, 2012

Ikea rimuove le immagini di donne dal catalogo in Arabia Saudita; protestano le ministre svedesi

di Stefania Manservigi

Differenze tra i cataloghi della Svezia e dell’Arabia Saudita

Paese che vai, usanze che trovi. Sembrerebbe essere adattissimo questo proverbio alla strana situazione che ha come protagonista Ikea. La società svedese produttrice di mobili e gigante del settore, infatti, per ottenere la possibilità di pubblicizzare i propri prodotti anche in Arabia Saudita e conquistare una fetta di mercato importante avrebbe cercato di venire incontro alla mentalità e alle usanze qui diffuse. La conseguenza della particolare strategia di mercato adottata? L’abolizione dai cataloghi utilizzati per proporre i prodotti Ikea di immagini raffiguranti donne.

Ancora una volta, quindi, a pagare e a rimetterci è il sesso femminile. E, stavolta, al centro della bufera non è un paese dalla società fortemente patriarcale, quale ad esempio l’Italia, ma un paese (quello di provenienza dell’Ikea) elevato molto spesso a modello per gli alti standard di vita e per la particolare sensibilità verso le tematiche inerenti i diritti femminili. Parlando di Svezia, infatti, si è sottolineata molto spesso la peculiarità del Parlamento svedese dell’essere per metà formato da donne. Proprio le ministre donne, alla notizia del taglio delle immagini femminili dai cataloghi Ikea per L’Arabia Saudita, sono insorte accendendo la protesta contro l’azienda. Nel Paese natio dell’Ikea sono state diffuse per prime le immagini raffiguranti le differenze tra il catalogo europeo e quello arabo: nel secondo le immagini femminili sarebbero state sostituite da immagini di uomini, oppure da immagini di semplici oggetti.Tutto questo risulta inaccettabile per la mentalità svedese, aperta a un concetto di parità non ancora insito in maniera così profonda nemmeno in tutto il vecchio continente. La risposta dell’Ikea, dal suo canto, non si è fatta attendere. Le scuse sono arrivate attraverso un comunicato, pubblicato nel sito ufficiale, in cui si spiega l’esigenza di cedere ad alcuni compromessi per favorire l’espansione in alcuni mercati, soprattutto in un Paese come l’Arabia Saudita in cui la situazione della donna è ancora molto difficile. Proprio l’Arabia Saudita infatti è stata già al centro di numerosi dibattiti circa la visione della donna e i diritti riconosciuti dalle leggi alla stessa: se da poco le donne hanno ottenuto il diritto di voto (considerato da molto analisti una pura formalità) è pur vero che alle donne resta vietato ancora guidare, se non in presenza di un uomo. Piccole restrizioni, a grandi libertà che l’occidente dà spesso per scontate.

Ikea quindi non ha fatto altro che adattarsi ad un mondo che sta cercando di conquistare nel suo settore di competenza. Ma se, per una volta, anche le aziende potessero agire al di là delle semplici logiche di mercato, e proporre delle piccole rivoluzioni sociali a partire da piccole cose come possono esserlo delle campagne pubblicitarie? La domanda al momento risulta senza risposte, chissà se nella Svezia dei diritti le scuse di Ikea basteranno a placare le polemiche.

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