In tempo di crisi economica il nazionalismo prende forza: il caso della Catalogna
Di Gianluigi Pala
Da martedì l’attenzione internazionale sulla penisola iberica è costante. Oltre alla crisi economica si inasprisce sempre più anche la crisi politica. Come se non bastassero i rompicapi economici ora il governo del Primo Ministro Rajoy ha da affrontare una nuova sfida: il governo regionale della Catalogna è deciso più che mai a sfruttare l’occasione per staccarsi finalmente da Madrid, causa secondo i nazionalisti catalani di tutti i suoi mali, in primis la crisi economica.
Rivendicazioni indipendentiste, approvazione delle nuove misure per l’austerity, manifestazioni massive, il criticabile utilizzo fiero e deciso della forza da parte della polizia, i pessimi dati economici, il maltempo che crea enormi disagi nel sud del paese, il protagonismo spagnolo sui mass media internazionali etc. L’agenda del Primo Ministro è satura, così satura che lo stesso Rajoy ha preferito lasciar tutto nelle mani della vice PM tuttofare Santamaría, abbandonando il paese e preferendo occuparsi solo di un evento: il discorso durante l’Assemblea Generale dell’ONU al Palazzo di Vetro di New York.
Martedì 25 settembre l’attenzione era tutta per loro: i manifestanti tornavano nuovamente in piazza questa volta però con un obiettivo chiaro, accerchiare il parlamento nel centro della capitale, Madrid, dato che proprio questa settimana gli stessi deputati avrebbero dovuto approvare (senza effettiva discussione) le nuove misure di austerity per evitare di dover richiedere aiuto formale alla troika. Mesi di preparazione, cambi di strategia e di comunicazione da parte dei promotori (varie piattaforme tra cui En Pie ma non come erroneamente si pensa l’assemblea generale del 15M), minacce di arresti e carcere per chi avesse osato disturbare il lavoro del Parlamento, un dispositivo di sicurezza che prevedeva l’isolamento del parlamento mediante l’uso di barriere di ferro e l’utilizzo di 1350 poliziotti, tutti in assetto antisommossa e corrispondenti alla quasi totalità delle unità disponibili nella regione, non hanno però impedito che, a partire dalle 19, migliaia di cittadini si riunissero nella Plaza Neptuno, limite massimo consentito ai manifestanti, davanti al Parlamento.
Per quell’ora però la Spagna era già entrata in subbuglio. La mattina di martedì infatti, il Presidente della Catalogna e leader del partito nazionalista CiU, Artur Mas durante una conferenza stampa dichiara l’intenzione di sciogliere il consiglio regionale, da pochi mesi al potere, e convocare nuove elezioni per il 25 novembre. Il panico soprattutto nei palazzi del potere nella capitale è tangibile e sta riportando sempre più a galla uno dei problemi che da sempre accompagna la giovane democrazia spagnola: la relazione tra Madrid e le comunità autonome, soprattutto quelle speciali come la Catalogna e i Paesi Baschi. Ora che la crisi economica si è inasprita e che Barcellona ha persino dovuto chiedere aiuto alla stessa Madrid a causa del deficit regionale e dell’insostenibile ammontare dei propri debiti, Mas ha deciso di tentare il colpo, forte di un sostegno popolare che anche se non diretto verso la sua persona si è comunque fatto sentire l’11 settembre, giorno della diada, dove più di un milione di persone son scese in piazza a Barcellona durante la giornata dell’orgoglio nazionale catalano. Se le elezioni del 25 novembre dovessero dare un forte sostegno ai partiti nazionalisti e indipendentisti della regione, il Presidente ha già comunicato che verrà sottoposta a consulta popolare la permanenza o no all’interno dello Stato spagnolo. “La Catalogna ha davanti a sé una delle sfide più dure degli ultimi 300 anni”ha dichiarato lo stesso Mas ai giornalisti.
La sfida è stata lanciata diretta, da Barcellona a Madrid. I due partiti maggiori sono letteralmente entrati nel caos. Il PP, al governo, risponde con due voci; dapprima la vice primo ministra Santamaría, rappresentante dell’ala moderata e giovane del partito, apre uno spiraglio per un possibile nuovo dibattito nazionale sulla relazione Stato centrale-autonomie così da poter discutere il nodo centrale di tutti i mali, l’autonomia fiscale (attualmente le regioni spagnole godono di ampissima autonomia in tutti i settori meno nel fiscale, in quanto tutte le tasse finiscono a Madrid). L’establishment del partito (conosciuto in Spagna come “i baroni” ed estremamente conservatore) nei giorni successivi però, mediante la sua rappresentante più mediatica, Dolores de Cospedal (Presidenta del Partito Popolare e contemporaneamente Presidenta della regione Castilla la Mancha) dichiara che il partito non intende stare impassibile davanti ad un affronto contro lo Stato, e non è intenzionata a negoziare. La spaccatura interna al partito è più che evidente. La posizione del PSOE, il partito socialista guidato da Pérez Rubalcaba, si trova in una situazione ancora più pericolosa. È stato proprio durante gli anni socialisti che Madrid ha concesso, anche mediante alleanze regionali con i partiti nazionalisti, sempre più autonomia nei vari ambiti dello Stato, senza però mai intaccare il sistema fiscale. Rubalcaba difendendo il sistema statale federale ha in ogni caso accusato Mas di essere un irresponsabile. La sfida politica, più che giuridica, che dovranno affrontare sia il PSOE che il PP è sicuramente trovare rapidamente un modo per presentarsi alle elezioni di novembre con dei programmi e con dei leader che siano capaci almeno di evitare la debacle elettorale, che darebbe a CiU e agli altri partiti nazionalistici una vittoria assoluta. La decentralizzazione funziona però anche all’interno dei partiti, così che se a Madrid Rubalcaba e Cospedal tendono verso una opposizione netta alle intenzioni di Mas, i corrispettivi regionali, il Partito socialista catalano (PSC) e il Partito Popolare catalano, presentano al loro interno correnti che, anche se non appoggiando il piano indipendentista, sì vorrebbero sfruttare l’occasione proprio per ridiscutere il sistema fiscale di quella che fu una delle regioni più ricche e produttive d’Europa.
Le dichiarazioni di Mas non hanno però intaccato solo la politica. L’apparato giuridico dello Stato da sempre studia il caso dell’indipendentismo tra sentenze, ricorsi e interrogazioni. L’ultimo caso di particolare rilevanza fu proprio il verdetto della Corte Costituzionale rispetto allo Statuto della Catalogna, emesso nel 2010. La sentenza frustrò le ambizioni sempre più autonomistiche della Catalogna in quanto la Corte, per evitare di schierarsi troppo da una delle due parti, adottò la soluzione della sentenza interpretativa. In questo modo riuscì a dichiarare incostituzionali solo i più palesi articoli o passaggi dello Statuto contrari alla Costituzione, mentre per la maggior parte si prese il diritto di affermare cosa i vari articoli dicessero in realtà, senza dare quindi possibilità futura di interpretazione e ovviando il senso più diretto e letterale. Ovviamente l’interpretazione della Corte ha avuto un orientamento centralista e di unità, eliminando così possibili interpretazioni nazionalistiche e autonomistiche.
La Costituzione dal suo canto parla chiaro. Oltrepassata una certa soglia le varie autonomie spagnole non hanno più possibilità di richiedere maggior autonomia, incontrandosi con i limiti imposti dalla stessa Costituzione, che arrivano sino all’utilizzo delle forze armate come extrema ratio. Anche la chiamata alla consulta referendaria sull’indipendenza risulta quindi incostituzionale, dato che secondo l’interpretazione maggioritaria dei costituzionalisti un referendum avente come finalità lo Stato stesso se mai dovesse essere fatto dovrebbe avere come base la totalità della popolazione e non solo la popolazione della regione in questione. Sono per di più state negate in passato proposte di referendum anche solo consultivo. Il terreno di gioco è quindi la legge, e come suo massimo limite le disposizioni costituzionali, create e approvate durante gli anni della transizione anche grazie al contributo dei rappresentanti catalani. D’altro canto i vari movimenti nazionalistici si afferrano alla possibilità di autodeterminazione dei popoli, al cambio drastico nelle condizioni in cui si colloca il nazionalismo catalano e all’assurdità del dover sottostare a delle decisioni che la maggior parte dei catalani non hanno potuto scegliere. Risulta in aggiunta complicato trovare uno Stato che permetta a una sua regione la possibilità di dichiarare la propria indipendenza.
La decisione di Mas riapre in ogni caso una questione rimasta sempre in sospeso nella Spagna democratica (nella Spagna di Franco il problema non esisteva dato che al sollevarlo si veniva imprigionati o uccisi). Ora non è solo la questione catalana e la sua indipendenza a essere al centro dell’attenzione, bensì la stessa relazione fondante dello Stato spagnolo divisa tra il centro di Madrid e le 17 autonomie regionali. La crisi economica non ha fatto altro che mettere maggiormente in luce un sistema ibrido che pare non funzionare. Una dopo l’altra le varie regioni stanno richiedendo aiuto a Madrid e al suo fondo autonomo per risanare i bilanci regionali disastrati, sforando inoltre nell’illogicità.
Ironia della sorte è che chi per il momento si è salvato da tutto questo caos che vede una relazione chiara e diretta tra crisi economica e richieste indipendentiste, sono i Paesi Baschi. Per quanto non estranea alla crisi politica dovuta principalmente a una sempre minore credibilità dei grandi partiti a vantaggio di quelli regionali nazionalisti, i movimenti indipendentisti non hanno la possibilità di far leva sulla crisi economica. Questo perché Vitoria, capitale dei Paesi Baschi, negli anni ha saputo gestire bene le sue finanze, evitando così di consegnare il proprio spirito nazionalista nelle mani di politici che utilizzando l’arma del nazionalismo puntano ad obiettivi ben diversi.
Giornale Il Referendum: Per chi vuole sapere di più sull’argomento Catalogna e desiderio di indipendenza, l’intervista a un diretto interessato.













