A Madrid stanno finendo le brioches
di Genesio
da Madrid
Il 25 settembre resterà nella memoria storica spagnola come la data in cui è iniziato un nuovo procedimento politico. Come il 15 di maggio del 2011, la protesta ha raggiunto livelli di partecipazione al di là delle aspettative, ed è stata seguita da una feroce risposta dalla polizia.
Il corteo di martedì era iniziato nella legalità, e all’insegna di quei pochi concetti che si possono definire come l’agenda politica del movimento: rifiuto di questa democrazia rappresentativa, richiesta di dimissioni ai politici che non mantengono gli impegni presi. Il piano era altamente simbolico: avvicinarsi ai deputati per far sentire la propria voce, e si era previsto cosa fare nel caso in cui qualche parlamentare uscisse, o se fosse stato possibile inviare una delegazione nel palazzo.
Nonostante i chiari indizi, come le dichiarazioni del Ministro dell’Interno che paragonava la manifestazione a un colpo di stato, gli organizzatori della protesta non avevano previsto la cosa più probabile: la risposta violenta delle istituzioni. Le prime cariche erano avvenute all’inizio, quando la polizia ha cercato, invano, di separare completamente le due metà della piazza. Cariche tattiche, molto diverse da ciò accaduto verso le nove di sera, quando gruppi di poliziotti infiltrati e incappucciati avevano aggredito il cordone di agenti antisommossa, che hanno prontamente reagito con arresti e cariche, senza riuscire però a disperdere la folla. L’ingresso dei fucili a pallottole di gomma aveva cambiato le carte in tavola, e la manifestazione si era dispersa (da ricordare che l’ultimo morto fatto dalla polizia con questo tipo di arma risale all’estate scorsa). Da ricordare il caso del cameriere del bar che ha impedito l’accesso degli agenti che volevano identificare i manifestanti rifugiati nel locale, quello dell’infiltrato incappucciato che, pestato da un poliziotto, gli gridava di fermarsi “sono un tuo compagno!” e infine l’uomo che aveva tentato di scappare in macchina per non essere identificato: gli agenti avevano fermato il veicolo, avevano rotto il finestrino e lanciato all’interno una granata “innocua” che aveva fatto esplodere i testicoli all’uomo, lasciandolo sterile.
Non paghi, gli agenti avevano rastrellato la zona fino a entrare nelle stazioni a oltre un chilometro di distanza per identificare e arrestare i manifestanti, violando qualsiasi protocollo e pestando un giornalista che chiedeva di mostrare il numero di placca. Il Ministro dell’Interno Cifuentes e il governo subito dopo si erano complimentati per l’ottimo operato del reparto antisommossa contro i seimila manifestanti violenti che avevano attentato alla democrazia. Gli organizzatori non c’erano stati, e per il giorno successivo avevano convocato un’altra manifestazione, stavolta non autorizzata.
Il 26 di settembre tutto è scorso più liscio del giorno precedente: quasi nessuna carica tattica, tunnel di umiliazione e derisione per gli agenti che sono rimasti intrappolati tra due ali del corteo, lasciandoli andare via in fila e a testa bassa. Le botte sono arrivate, però, col buio. La dotazione standard di 1300 agenti ha iniziato ancora una volta ad attaccare dopo le 9.30, quando un gruppo di provocatori (stavolta non identificati) provò a forzare il blocco. Tuttavia, non si sono ripetute le scene di violenza del primo giorno. L’organizzazione ha deciso di ovviare alla minor affluenza del mercoledì (comunque qualche decina di migliaia di persone) convocando la manifestazione per il sabato.
Il 29 di settembre le regole sembrano essersi stabilite, con quei meccanismi consuetudinari che avevano portato alla sopravvivenza dell’accampata in Puerta de Sol per tutto il mese di maggio e parte del giugno 2011. Nessuna carica iniziale, nessuna provocazione. E come da copione, le cariche sono arrivate col buio, quando degli agenti hanno cercato di identificare tutti quelli che chiedevano autografi al cameriere del bar. Egli ha chiesto il numero di placca del poliziotto, che dopo averlo insultato lo ha spinto a terra, facendolo svenire (curiosità: quest’uomo votava PP, ma ha chiesto di essere cancellato dalle liste del partito). La differenza sostanziale rispetto alle manifestazioni precedenti è stato il divieto di installare strutture perché i mezzi di comunicazione potessero filmare la piazza. I comunicati ufficiali continuano a parlare di 6.000 manifestanti, gli organizzatori non si esprimono sulle cifre e la BBC ha calcolato circa 60.000 persone presenti nella piazza di Neptuno, ma i mezzi di comunicazione locali sono sempre meno attivi sull’argomento.
Il governo sta attaccando con la tattica che rese vincente De Gaulle nel Maggio ’68: isolare il problema nella capitale. In una Spagna che sta letteralmente sfuggendo dalle mani di Rajoy (è straordinariamente vicino alla perdita della Catalogna, traguardo mai raggiunto nemmeno dai peggiori governi in oltre 500 anni di storia, i Paesi Baschi sono in sciopero generale e le Asturie sono in fermento per le proteste dei minatori) la strategia è quella di circoscrivere il movimento nella capitale, isolandolo mediaticamente con accorati appelli alla maggioranza silenziosa, per poi abbatterlo sfruttando la sua debolezza maggiore: la disorganizzazione pacifica.
Il movimento 15M, o indignados, ha fatto dell’orizzontalità e del rifiuto della rappresentanza il suo modus operandi, tutto nel marco di un pacifismo che ha raggiunto alcune manifestazioni piuttosto hyppie (come la ragazza che fa yoga nuda nei cortei spiegando con un cartello che “la rivoluzione dell’amore ci salverà”, ignorata dalla folla e circondata soltanto da telecamere e giornalisti). Il partito al potere è espressione anche di un settore che è sopravvissuto dal franchismo alla transizione senza particolari scossoni, e che vede le elezioni come un altro modo per mantenere il controllo del Paese, più che come il diritto dei cittadini a scegliere chi li rappresenti. Per questo settore, che non è affatto minoritario, il concetto di violenza delle istituzioni è giusto e sacrosanto, e le migliaia di manifestanti seduti con le mani alzate sono solo un bersaglio piuttosto facile quando arriva l’ora di caricare. L’arroganza con cui gli agenti rivendicano il proprio nascondere il numero di placca per poter commettere abusi senza essere riconosciuti e denunciati mostra quanto si sentano con le spalle coperte.
Il movimento 15M a Madrid si trova quindi nella situazione paradossale di voler un cambio di governo, sperando di fomentare un rimorso di coscienza in governanti che vengono definiti come mezzi-uomini, codardi e corrotti. Il tutto con mezzi risolutamente pacifici e rifiutando la possibilità elettorale. E il governo risponde con l’isolamento mediatico e gli abusi di violenza legalizzata. Per quanto tempo ancora possa durare questa situazione è difficile dirlo, ma se gruppi completamente privi di organizzazione riescono a convocare, senza nessun piano preciso, decine di migliaia di persone disposte a confrontarsi con una polizia estremamente violenta, significa che la pazienza sta per finire. È molto probabile che con l’inverno la tensione si raffreddi con la temperatura, è certo che la primavera sarà molto attiva. E l’autunno è appena iniziato.
Difficilmente le modalità di lotta (così la chiamano, non protesta) resteranno le stesse ancora per molto.
A Madrid le brioches stanno per finire.












