Un ritorno da numeri ¡Uno! per i Green Day sempre più giovani
di Andrea Gentili
I Green Day sono tornati, e non come li avevamo lasciati nel 2009. Dopo due album di rock arrabbiato con il mondo, di denuncia sociale e politica, di propaganda anti-Bush e «anti-war», il trio californiano si rilancia con una trilogia di album, dai titoli ¡Uno!, ¡Dos!, ¡Tré!, che più che essere una continuazione dei loro precedenti American Idiot e 21st Century Breakdown, li porta a rivivere il loro passato, il loro inizio di carriera. ¡Uno! è un album che segna una svolta importantissima per la storia della band: innanzitutto l’integrazione di un nuovo membro, Jason White, che i più appassionati sicuramente conosceranno già da anni.
White non è certo un nome nuovo all’interno della band: era dal 1999 infatti che il chitarrista accompagnava Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool nei tour, e suonava accanto a loro in studio, fino ad apparire anche nei video musicali. Rimasto sempre in ombra del trio, ora Jason White è stato finalmente ufficializzato come membro dei Green Day, tanto che proprio nel libretto di ¡Uno!, oltre a foto sue con gli altri componenti del gruppo, è raffigurato un emblematico album ¡Quatro!, con la sua faccia e le classiche X sugli occhi che caratterizzano questa “quadrilogia”. In realtà però, ¡Quatro!, non sarà affatto un quarto album, ma un dvd documentario del “making of” di ¡Uno!, ¡Dos!, e ¡Tré!, che uscirà al termine della pubblicazione della trilogia.
Ma ¡Uno! non è solo questo: il ritorno alla spensieratezza degli inizi è più che un ottimo biglietto da visita per i Green Day, accusati da molti fan di essersi venduti e di aver perso il loro sound originale. I Green Day hanno voglia di divertirsi ora; a 40 anni suonati, tornano ad essere adolescenti, con testi che non parlano più di politica, di religione, di mass media, ma di amore, di sesso, di masturbazioni, di giovinezza, di cogliere gli attimi, del lasciarsi andare, perdere il controllo, e poi “chissenefrega”. Da qui molte tracce come Carpe Diem, Let Yourself Go, Loss Of Control, Troublemaker, Sweet 16.
Dire Green Day e dire adolescenza significa anche il ritorno all’uso di sostanze stupefacenti da parte della band e in particolare del frontman Billie Joe, che proprio in questi giorni è in riabilitazione. Scenate come quella della settimana scorsa all’IHeart Day Festival, dove Armstrong, essendosi visto tagliare lo show di 20 minuti, ha coperto di insulti l’organizzazione, spaccato la chitarra, e infine mostrato il dito medio alla telecamera, non si vedevano più da anni. Insomma, passano gli anni ma non la voglia di divertirsi: basta con la politica, e con la musica ricercata e con le rock opere come American Idiot.
Si torna alla velocità delle chitarre, ai salti sul palco, ai travestimenti e agli scherzi, come i Foxboro Hot Tubs gli hanno insegnato. L’esperienza nelle vesti dei Foxboro Hot Tubs ha reinsegnato ai Green Day la gioia di fare musica senza alcuno scopo, di divertirsi e basta, a contatto con un ristretto pubblico. E l’influenza dei Foxboro, gruppo garage rock side-project dei Green Day, si sente, ad esempio in Troublemaker. Ma probabilmente si sentirà maggiormente in ¡Dos!, che la band ha dichiarato essere in pieno stile garage: e infatti non è un caso la presenza nel prossimo album della canzone It’s Fuck Time, inno al sesso e cover proprio dei Foxboro Hot Tubs, ossia una cover di loro stessi.
A cosa si può paragonare questo nuovo lavoro della band di Berkeley? Se come tonalità alcune canzoni si avvicinano ad un album molto pop e allegro come Warning (Kill the Dj ad esempio), e altre come Fell for You, Loss of Control sono più inseribili in un contestualizzato Nimrod, ci sono pure delle tracks che addirittura potrebbero rimandare al lontano 1994, anno di pubblicazione di Dookie, come Angel Blue, Sweet 16, Rusty James. Collocare il disco temporalmente, paragonandolo ai vecchi lavori, è però uno sforzo mentale che con questo nuovo album non è necessario fare. ¡Uno! non è né Dookie, né Nimrod, né Warning, perché i Green Day del 2012 non possono ricopiare loro stessi. Sarebbe riduttivo. Perché allora se Carpe Diem ricorda Soffocate, che sta in Shenaningans, Oh Love non ricorda un bel nulla. E infatti è quella che stona in questo album, posizionata per ultima, così da sembrare quasi una canzone a parte. Dopotutto non rappresenta nemmeno i veri Green Day.
Discutibile infatti la scelta di presentare proprio quest’ultima come primo singolo, seguita a ruota da Kill the Dj, crociata pop contro le discoteche e la musica dei dj, sembra quasi una contraddizione. Chi comunque si è trovato spiazzato ad ascoltare in radio questi due pezzi, rimarrà invece piacevolmente sorpreso da ¡Uno!. I Green Day sono tornati, più giovani di come li avevamo lasciati, in uno stile rinnovato. E con Let Yourself Go, sembra proprio che Billie Joe si rivolga a tutti gli haters e gli hipsters, a chi nutre forti dubbi sul ritorno in prima linea dei Green Day, a chi li reputa ormai già da anni venduti e caduti nel fosso con Oh Love. ¡Uno! non è tutto ciò. So «shut your mouth cause i don’t give a fuck anyway, and Let Yourself Go!»














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