“Twilight. Filosofia della Vulnerabilità” arriva alla Società Letteraria
di Miriam Romano
Monia Andreani, ricercatrice in Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, oggi ha presentato il suo terzo libro “Twilight. Filosofia della vulnerabilità” alla Società Letteraria di Verona insieme a Sara Rapa e Daniela Pietta. Ad introdurla Liliana Sannini de “Il filo di Arianna”, ha ricordato i prossimi appuntamenti che tre gruppi di diverse generazioni di donne stanno mettendo in campo per i i prossimi mesi.
Ma di cosa parla il libro di questa autrice ospitata tra le mura di Verona? È una riflessione che parte da Twilight, saga di vampiri dei giorni nostri, per arrivare ad un’analisi approfondita sui cambiamenti e sulla fluidità della società in cui oggi viviamo e che è stata profondamente modificata dalla crisi che ha investito molti ambiti della nostra vita relazionale. Monia Andreani traccia un percorso antropologico focalizzandosi sulla nostra vulnerabilità e la nostra responsabilità individuale.
Twilight è un best-seller che ha appassionato molti giovani. Spesso si sente dire che non è letteratura o si tende a catalogarlo in letteratura di serie B. Perché una docente al suo terzo libro dovrebbe prendere in considerazione un romanzo simile, analizzarlo e scrivere un libro a riguardo?
«Il motivo per cui ho scritto questo libro è nato per gioco» risponde Monia Andreani. «Quando è uscito il film di Twilight ho pensato che non fosse un film per me, l’ho considerato subito un film violento senza assolutamente capire nient’altro della storia. Una persona a me vicina mi ha fatto notare che mi sarebbe potuto interessare per la mia riflessione etica sulla vulnerabilità. Quando l’ho guardato mi sono innamorata di questa storia. Questa storia non è una storia di violenza; la violenza nel film è quasi inesistente e non fa paura. È una storia che tratta di relazioni, affettività anche in tema politico ed etico».
Perché ha avuto tutto questo successo? Come mai giovani ragazzi che non hanno mai messo piede in una libreria scelgono di acquistare, leggere e divertirsi davanti alla storia di questi vampiri?
«Il fatto che si appassionassero ragazzi giovani mi ha fatto capire la necessità di intercettare i loro bisogni. Io lavoro all’università e parlando con persone di diverse generazioni ho cercato di agganciare un filo tra le diverse generazioni ponendo questioni grandi come la domanda sulla vita e la morte. Questioni che mostrano una vulnerabilità e che vengono trattate dalla saga di Twilight. Il fatto che persone giovani si interrogassero su queste questioni, mi ha fatto capire che non c’è tanta distanza tra di noi.” Continua Monia. “Io credo che in questo momento iniziare a leggere è già molto, se c’è una scelta spinta anche da amici, una lettura collettiva, se ci sono ragazzi che non hanno mai letto niente a parte questi libri, possiamo discutere se sia buona o cattiva letteratura, ma le domande che ci sono dietro dobbiamo tenerle in conto».
Ma quali sono queste grandi domande? Come può una storia apparentemente così fantastica che narra di vampiri interessare alla nostra epoca contemporanea e alla vita reale?
«Noi siamo un po’ fermi, come i vampiri, di fronte ad un cambiamento veloce di modelli di sviluppo, di relazioni, di dimensione politica. Spesso ci troviamo anche a dover tornare indietro , ad esempio dal punto di vista economico. Perché sono tornati fuori i vampiri? Perché sono fermi, come noi, non c’è la dimensione del futuro, ma solo la dimensione del presente improntata sul passato, di chi è morto due secoli prima. E’ una lettura antropologica della crisi contemporanea».
Sara Rapa, alla sinistra dell’autrice, osserva: «Io prima di vedere Twilight avevo un’immagine violenta dei vampiri. La cosa che mi ha stupito è l’assenza di violenza e il fatto di come la figura del vampiro si sia trasformata. Il punto più interessante del libro è quello sull’evoluzione del vampiro come personaggio letterario e controfigura dell’umanità, fissati nei tre passaggi: da Dracula, che rappresenta l’io prometeo del capitalismo, a Miriam, vampira in “The Hunger”, figura sofferente dell’io narciso, che non sbrana le sue vittime, che vive come un problema la questione della fine, fino a Twilight, dove i vampiri sono consapevoli di condurre una vita da reietti, vivono una separazione lacerante rappresentando l’io globale. L’elemento fondamentale è che c’è stata un’umanizzazione di questa figura».
Chi è il vero protagonista di questa saga? Sono i vampiri o gli uomini?
«Il punto di vista del libro è quello di Bella, quindi di una ragazza, del suo rapporto con un mondo di differenze che lei incontra. Lei è il personaggio assoluto della storia». Daniela Pietta ci tiene ad aggiungere: «il personaggio di Bella è interessante dal punto di vista femminista, è la prima umana che vuole diventare vampira, rompe la tradizione vampiresca. Mi ha fatto pensare alla Sirenetta che si trasforma in umana. Entrambe le storie hanno in comune un mutamento, desiderano questo cambiamento, ma quello della Sirenetta è inserito nell’ordine patriarcale, è innamorata di un uomo, che vede solamente senza parlargli mai, è un amore idealizzato, e diventa umana con il consenso del padre. Bella, invece, decide di diventare vampira contro la volontà del suo amato. Da un lato prova un amore struggente verso questo vampiro, ma dall’altro mantiene autonomia e lucidità di sé. Riesce a tenere insieme l’amore e l’autonomia. Questo senso di autonomia e libertà non c’era nella Sirenetta. È difficile innamorarsi in questo modo rimanendo autonomi».
«È’ molto importante dal punto di vista femminista» ribadisce Monia Andreani. «Bisogna farlo capire alle giovani ragazze che il personaggio assoluto di Twilight è una ragazza. Una ragazza che prova un amore complesso. Non ama solo l’innamorato, ma anche la sua vita, la sua famiglia. Lui non può usare i suoi poteri con lei, non può capire i suoi pensieri, lei è autonoma, sceglie tra due ragazzi, sceglie di accettare il matrimonio contrattando le sue condizioni, cioè quella di diventare vampira».
Sara Rapa però sottolinea che «un altro aspetto vincente è, al di là di questo modello femminile, la famiglia. Questi vampiri creano una comunità solidale senza rapporti di sangue. Sono accoglienti anche verso il nemico, mostrando un’apertura per nulla scontata. Edward rappresenta una visione dell’amore altruistico. Jacob l’amore al di là delle regole della sua tribù, un amore non standardizzato. Il padre di Edward, non sembra un vampiro, sembra umano, è quello più flessibile, più aperto al cambiamento. A parte il modello femminile vincente ci sono anche modelli maschili interessanti».
L’autrice su questo punto ci tiene a sottolineare che «il vampiro è asessuato, non è una figura virile. Vi è un osmosi tra elementi maschili e femminili. Uno dei motivi per cui i ragazzi fanno fatica a leggere questo romanzo è perchè mette in discussione la figura maschile».
In chiusura Liliana Sannini pone una domanda a Monia Andreani: «hai avuto la sensazione che dalle ragazze viene colto il discorso dell’etica e della cura? Viene percepito il vero messaggio della saga oltre la storia d’amore?»
«Sì, i ragazzi sono molto appassionati di questi temi etici. Ne vogliono parlare al di là della mediaticità dei singoli casi e c’entrano molto bene le questioni. Sono questi gli elementi culturali di cui fanno uso» conclude l’autrice.













