Pubblicato il: gio, set 27th, 2012

Matteo Garrone e l’immaginario reale

di Davide Papetti

La locandina di Reality

Dopo le sterili polemiche che, suo malgrado, l’hanno visto coinvolto durante l’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia, si torna finalmente a parlare di Matteo Garrone. Presentato a Cannes e vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria, uscirà infatti nelle sale italiane venerdì 28 settembre il suo ultimo film: “Reality”.

Noto al grande pubblico quasi esclusivamente per via dell’acclamatissimo “Gomorra” del 2008, Garrone è probabilmente in realtà, alla luce della sua intera produzione, il regista più interessante nel panorama italiano del cinema contemporaneo. Diplomatosi nel 1986 in un liceo artistico di Roma e figlio dell’importante critico teatrale Nico Garrone, Matteo si dedica inizialmente con grande passione alla pittura. Questa sua esperienza giovanile nelle vesti di pittore, risulterà di fondamentale importanza per comprendere ed apprezzare fino in fondo le sue opere cinematografiche. L’attenzione estrema rivolta alla composizione delle immagini, l’accurata ricercatezza nella scelta delle luci e dei colori che le compongono, così come pure una certa brutalità e irruenza, al limite dell’improvvisazione, nei movimenti di macchina – si tenga presente che per quel che riguarda la cinepresa a spalla è sempre lo stesso Garrone a fungere da operatore – sono infatti il chiaro lascito della sua precedente attività pittorica. Ma il cinema di Garrone non si limita al gusto del piacere estetico; è certamente l’occhio, l’organo sensorio maggiormente stimolato e coinvolto, tuttavia si tratta sempre di un occhio in pericolo, che può essere ferito con estrema facilità, messo spesso a confronto con il buio, con l’incapacità di vedere e quindi di governare le situazioni. Tutto ciò contribuisce a fare dell’indeterminatezza la componente essenziale di ogni suo film. Là dove si fa spazio il punto cieco dei nostri occhi, ecco allora affacciarsi la fisicità dei corpi e la vibrazione dell’indeterminato che li accompagna. Scavare i corpi, svuotarli e riempirli a piacimento, defigurarli, plasmarli e toccarne la matericità, sono solo alcune delle operazioni tipiche dell’“imbalsamatore”, ma costituiscono altresì il senso e l’origine dello stile di Garrone.

Ancora prima di uscire nelle sale italiane, “Reality” è stato vittima di un grossolano fraintendimento: qualcuno lo considera e presenta quale film di denuncia, ma in verità nessun intento socio-pedagogico si pone alla base della sua creazione. Lo stesso regista romano ha più volte ribadito come, durante le riprese, la sua volontà non fosse affatto quella di muovere critiche alla società dei consumi, di cui pure si sente partecipe per forza di cose, o alle illusioni prodotte dalla pervasività della televisione. Piuttosto si trattava semplicemente di confrontarsi con una storia individuale realmente accaduta, di provare a raccontarla per immagini, re-inventando come al solito il reale e cercando così di offrirne agli spettatori il contenuto di verità trasfigurato attraverso il mezzo cinematografico. Il cinema di Garrone si muove proprio all’interno di questa soglia, sottile e carica di tensione, tra il realismo e la favola.

Aniello Arena in una scena del film

L’attore che interpreta il personaggio principale di quest’opera sembra anch’egli spuntar fuori da un film: un passato di crimini indefiniti e una pena ancora da scontare per un delitto legato alla Camorra. Garrone già pensava ad Aniello Arena per il suo precedente lavoro tratto dal libro di Saviano, ma all’epoca l’uomo di punta della compagnia di teatro carceraria “La fortezza”, ancora non godeva della semi-libertà vigilata che gli ha permesso invece di partecipare alle riprese di “Reality”. Definito proprio da chi l’ha così vivamente voluto nel cast, come una sorta di mix efficace tra Robert de Niro e Totò, Arena si dice felicissimo di quest’esperienza e ci tiene a rimarcare l’importanza e la fortuna, per un attore, di avere l’opportunità di lavorare con un regista come Garrone. Peculiare caratteristica del metodo di quest’ultimo, è infatti la scelta di girare in sequenza ogni scena di tutti i suoi film: le immagini hanno una loro gestazione, necessitano di tempo per nascere, è sempre il tempo che scava nei corpi delle cose e degli attori producendo le loro fisionomie, al pari dei caratteri specifici di ogni personaggio. Ciascun attore deve sentir nascere il proprio personaggio, deve viverlo e produrlo insieme d’istante in istante, e per fare ciò è necessario che, durante le riprese, sia proprio il tempo cronologico e reale a scorrere parallelamente al dispiegarsi della trama.

Tra i quartieri partenopei, che rimandano alle atmosfere decadenti e tragicomiche de “L’oro di Napoli”, e le mura di una Cinecittà molto prossima a quella del viscontiano “Bellissima”, si dipana così la storia di Luciano: pescivendolo di professione, uomo d’estrazione popolare che quasi per caso si trova a partecipare ai provini per l’ingresso nella casa del Grande Fratello. Ne nascerà una lunga attesa, colmata solo dalla vanità di speranze illusorie e dalla frustrazione dettata dai propri sogni. A questo punto, sono solo pochi passi a separare il nostro protagonista dallo sprofondare negli abissi del delirio: in fondo quando si diviene incapaci di abbandonare i propri sogni, quando si permette che essi abbiano il sopravvento su ogni cosa, è proprio allora che l’immaginario si fa più reale che mai, isterilendo le risorse vitali ed esaurendo la vita stessa. Ecco allora spiegato come all’immaginario divenuto reale non corrisponda affatto il realizzarsi dei sogni, quanto piuttosto l’iperrealtà del reale medesimo: “Reality”.

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