Regno Unito: abortisce due giorni prima del parto, condannata a otto anni di carcere
di Claudia Parmiggiani
Un caso che ha suscitato scalpore e accesi dibattiti nel Regno Unito è quello di una donna di 35 anni, Sarah C., che a due giorni dal parto si è procurata un aborto assumendo del misoprostolo acquistato online, un farmaco che se somministrato durante la gravidanza induce contrazioni che portano all’aborto. La condanna è stata impietosa, il giudice infatti ha stabilito una pena pari ad otto anni di carcere. A sollevare il polverone mediatico è stata la scoperta che il giudice che l’ha condannata, Jeremy Cooke, è collegato ad un’associazione cristiana che ha condotto una campagna per leggi più restrittive sull’aborto (come riporta il quotidiano “The Guardian”). Cooke infatti è membro della Lawyers’ Christian Fellowship (LCF) e uno dei vicepresidenti dell’organizzazione fino al 2010. Tra gli obiettivi dell’associazione c’è “applicare la giustizia di Dio sulla Terra”.
Inoltre nella sentenza relativa al processo hanno suscitato contestazioni le parole utilizzate per motivare la condanna: “Non c’è nessuna mitigazione possibile in riferimento alla legge sull’aborto, qualunque punto di vista si possa avere sulle disposizioni che in pratica sono, a torto, liberamente interpretate in modo da rendere possibile l’aborto su richiesta entro le 24 settimane con l’approvazione dei medici registrati” facendo trapelare con quel “wrongly” (a torto) la sua prospettiva personale.
Questo dato rileva a proposito di un istituto, previsto dal diritto processuale sia penale che civile, quello della ricusazione: qualora sussista un fondato sospetto che il giudice possa non essere imparziale per quella causa si chiede la sostituzione del giudice in quel determinato processo.
In ogni caso non si può negare una palese violazione da parte della donna della legge in tema di IVG, quindi al di là del discorso sulla militanza religiosa del giudice è la legge che condanna la condotta in questione.
Il passato di Sarah C. si è poi rivelato costellato di altri aborti e gravidanze nascoste e l’ultima gravidanza era frutto della relazione extraconiugale che intratteneva con un collega d’ufficio.
La donna ha ammesso la colpa e di aver partorito il bambino, un maschio, già morto ma si è rifiutata di rivelare agli agenti dove avesse seppellito il corpo del neonato. Quello che ha sollevato obiezioni tuttavia, più che la condanna in sé, è stata proprio la scarsa obiettività del giudice incaricato del caso.












