Israele e Iran, vento di guerra
di Riccardo Venturi
Nel momento storico in cui il mondo islamico è in fermento, sembrano passare in secondo piano le pesantissime dichiarazioni del comandante dei Pasdaran, ovvero le Guardie della rivoluzione islamica in Iran, Mohammed Ali Jafari. “La guerra di Israele contro l’Iran finirà per arrivare”. Si concretizzerebbe quest’ipotesi dalle tragiche prospettive e la tensione tra i due paesi è ai massimi storici.
Tra il tradimento della rivoluzione araba, le ambigue posizioni dei paesi occidentali ed i recenti assalti alle ambasciate americane, l’area mediorientale sembra essere sempre più instabile. Gli Stati Uniti, proiettati sulle vicende elettorali, sono lontani dalle posizioni intransigenti che sentivano di potersi e volersi permettere fino a qualche anno fa.
L’Iran è ritenuto una minaccia, ma Obama è scottato dalle esperienze in Iraq ed Afghanistan che ha ereditato dalla precedente amministrazione neocon. Se gli altri due teatri di guerra non si sono rivelati effettivamente una passeggiata come qualche sconsiderato ottimista aveva predetto, un eventuale attacco preventivo a Teheran significherebbe infilarsi in un tunnel senza via di uscita.
Il problema più impellente per Obama risulta paradossalmente essere proprio Israele, concretamente nella persona del primo ministro Netanyahu, principale esponente delle posizioni più oltranziste per quanto riguarda la questione dell’arsenale atomico iraniano.
Netanyahu è convinto che il paese caspico sia in grado di dotarsi dell’arma atomica entro sei o sette mesi, quando l’Iran avrà una sufficiente quantità di uranio arricchito per poterla produrre. Perciò, parlando alle televisioni americane, il premier ha sollecitato lo storico alleato a “tracciare una linea rossa prima che sia troppo tardi”. Di fatto Israele lancia un ultimatum agli Stati Uniti. Agire con la forza è vista dalle parti di Gerusalemme come l’unica via per “trattare” con la Repubblica Islamica. Per evitare il conflitto, Israele vede come ultima possibile mossa quella di esporre direttamente gli USA in un braccio di ferro che dovrebbe portare Ahmadinejad e l’establishment persiano a recedere dalle loro posizioni e rinunciare a qualsiasi progetto atomico.
Con l’aumentare delle tensioni e delle probabilità di conflitto, le posizioni di Obama e Netanyahu sono sempre più distanti. Con l’amministrazione democratica è mutato l’atteggiamento statunitense nella regione ed Israele è diventato un alleato molto scomodo; alleato che però Washington non potrà mai abbandonare al proprio destino.
Al di là del fiume Tigri, Teheran si sente messa alle corde e ritiene il conflitto sempre più probabile. L’atteggiamento ostile di Israele foraggia di riflesso il risentimento e l’idea che non si possa cedere dinanzi alla minaccia di una guerra preventiva. Nessun negoziato serio è stato aperto e l’Iran fa leva sul sentimento di orgoglio nazionale interno. La questione dell’arsenale atomico rischia di riaprire un altro fronte di scontro tra estremismi e, mentre Mohammed Ali Jafari prevede “il sicuro annientamento dello Stato ebraico”, allo stesso tempo Netanyahu, sempre rivolgendosi in diretta tv al popolo americano, fa richiamo ad un comune e necessario sentimento islamofobo, evocando le crude immagini delle ambasciate sotto assedio che hanno ben poco a che vedere con l’Iran e con l’arma atomica.
La situazione è quindi sempre più tesa e l’impressione è che nessuno sia disposto a fare un passo indietro. Obama guarda con estrema preoccupazione a questa escalation, per il momento solo verbale. Il premier israeliano ha ormai scelto una strategia e difficilmente potrà recuperare i rapporti con Washington finchè non ci sarà un cambio alla presidenza. Bibi, come spesso viene soprannominato, sta tenendo botta e sta puntando forte sul candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney. In caso di rielezione di Obama, le prospettive per Israele si allungherebbero troppo. A quel punto lo Stato ebraico sarebbe costretto a prendere unilateralmente l’iniziativa con tutti i grandissimi rischi e le ripercussioni del caso, o a seguire la linea Obama e provare a concedere un’apertura a Teheran.
L’Iran vede la guerra come un possibile mezzo di legittimazione immediata del regime, ma sa che finirebbe sfiancato da un conflitto che risucchierebbe tutte le parti in un’inevitabile spirale bellica infinita. E’ comunque assolutamente realistico aspettarsi da Ahmadinejad reazioni decise di fronte alla prospettiva di un attacco preventivo di Israele, ma, con l’inasprirsi delle sanzioni e la contemporanea apertura di negoziati, potrebbe essere portato ad ammorbidire le sue posizioni. Però, se allo stato attuale fare un passo indietro sembra impossibile sia per Israele sia per l’Iran, entrambi i paesi hanno ben chiaro che gli effetti di una guerra sarebbero devastanti, simili a quelli di un atto suicida. Un conflitto inizialmente regionale non potrebbe mai rimanere tale, troppi sono gli interessi geopolitici ed economici in ballo. Gli Stati Uniti, a prescindere dall’amministrazione in carica, sarebbero costretti a schierarsi e questo aprirebbe nuovi dibattiti sui più ampi fronti occidentale ed islamico, il che inasprirebbe ulteriormente le diffidenze e le anime integraliste di entrambi gli schieramenti.
Infine, un ulteriore scossone in Medio Oriente potrebbe portare ad un’escalation militare e nucleare anche per quelle potenze indirettamente coinvolte per motivi politici e di vicinanza geografica. Mentre l’atteggiamento di Turchia ed Arabia Saudita rimane assolutamente ambiguo, quel che è certo è che entrambe sarebbero più che interessate a diventare le potenze predominanti della regione. Finchè ci saranno Iran ed Israele la tendenza sembra essere quella del bilanciamento politico, mentre un eventuale conflitto, nella migliore delle ipotesi, porterebbe ad un pericoloso vuoto di potere che congiunge territorialmente Iraq, Iran e Afghanistan. Un vuoto che potrebbe diventare il fulcro di ingestibili integralismi capaci di mettere a dura prova la tenuta dell’attuale equilibrio mondiale. Tutto dipenderà dalla lungimiranza delle parti in causa, la strada ideologica è già stata sperimentata in passato e gli effetti perdurano ancora oggi. Altre potenze politiche emergenti rimangono alla finestra e si leccano i baffi, nonostante la tanto decantata fine del sistema degli stati moderni.











