Ogm all’ultimo sangue
di Marcello Pecorari
Il dibattito planetario sugli Ogm (per gli amici “Organismi geneticamente modificati”) arriva ormai al suo quarantesimo anno di vita. L’ingegneria genetica ha fatto passi da gigante, basti anche solo ricordare la nascita della pecora Dolly nel 1996, primo esperimento di clonazione animale, seguito da infiniti test in ambito medico, alimentare e soprattutto agricolo. Oggi gli Ogm vengono largamente utilizzati per la produzione di alimenti per animali da macello che siamo abituati a vedere fumanti sulle nostre tavole o in accattivanti pubblicità multicolori – chiaramente ignari di tutto-. Fortunatamente in Italia l’opinione pubblica ha sempre storto il naso di fronte alla prospettiva di produzioni agricole intensive di Ogm, che in buona parte del mondo risulta essere il giochino scientifico preferito dalle grandi multinazionali alimentari, finalizzato al mero profitto. I comitati contro gli Ogm sono numerosi, ma la logica spietata di mercato è un nemico feroce. Di conseguenza viene spontaneo domandarsi quale sarà mai la reale utilità della messa a terra di piantagioni Ogm destinate all’alimentazione? La risposta è semplice: gli Ogm resistono agli erbicidi, a differenza delle colture biologiche.
È di pochi giorni fa la notizia della condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia di Strasburgo per aver impedito alla Pioneer Hi Bred, nota multinazionale alimentare americana, di produrre nel nostro paese mais Mon810 sviluppato dalla Monsanto. La ragione della condanna sta nel fatto che se l’Unione Europea ha autorizzato la produzione di coltivazioni Ogm, non c’è la possibilità che uno Stato membro vi si opponga. Ovviamente a contribuire a questa sconfitta hanno giocato un ruolo fondamentale anche le istituzioni che non hanno mai pensato che fosse utile colmare le lacune legislative in tema di Ogm.
Coldiretti parla chiaro: secondo i sondaggi oltre il 71% di Italiani rifiuta gli alimenti transgenici; la battaglia quindi è ancora aperta. A supporto dei comitati contro l’invasione di Ogm, emerge anche uno studio di alcuni ricercatori guidati dal professor Seralini, professore presso l’Università di Caen e membro del CRIIGEN (Comitato per la ricerca indipendente e sull’ingegneria genetica), pubblicato anche da Greenpeace Italia. Lo studio è stato condotto su un gruppo di cavie da laboratorio alimentate con una varietà di mais prodotta da Monsanto e destinata ai grandi allevamenti. Si sono rilevati danni permanenti ed “alterazioni funzionali a fegato e reni delle cavie”.
Lo studio quindi non fa che confermare ciò che gli ambientalisti e gli animalisti accusano da anni. La dimostrazione della pericolosità degli Ogm continua a non essere presa in considerazione dalle grandi multinazionali, ma forse può essere presa in considerazione da noi, che siamo l’ultimo anello della catena alimentare/industriale, il perno su cui verte l’intero impianto produttivo e che, fortunatamente, abbiamo ancora la possibilità di scegliere di cosa nutrirci. La normativa italiana si ostina a favorire i grandi produttori di carne permettendo l’omissione di informazioni importanti come l’utilizzo delle diverse tipologie di mangimi transgenici per nutrire il bestiame. Un occhio di riguardo al biologico forse potrebbe aiutare a combattere questo scempio e magari aiutare anche la nostra salute.











