Caso Aldrovandi, per la Cassazione ci fu sproporzionata violenza repressiva
di Francesco Pirillo
La Cassazione di Roma ha reso pubbliche le motivazioni per cui sono stati condannati i 4 poliziotti che uccisero Federico Aldrovandi il 25 settembre del 2005 a Ferrara. Lo scorso 21 giugno, Monica Segatto, Enzo Pontiani, Luca Pollastri e Paolo Forlani vennero condannati a 3 anni e sei mesi di reclusione, ma è stato aggiunto un ulteriore tassello alla vicenda.
Il Palazzaccio di piazza Cavour, nel cuore di Roma e a pochi passi da San Pietro, ha definito l’azione dei quattro poliziotti “sproporzionatamente violenta e repressiva” ed ha aggiunto: “repressiva nei confronti di un ragazzo che si trovava da solo, in uno stato di visibile alterazione psicofisica”. La IV sezione della Suprema Corte ha espresso il proprio parere e l’ha racchiuso in 43 pagine di un faldone che rende giustizia alla Giustizia stessa. La famiglia Aldrovandi, in questi lunghi ed intensi 7 anni, ha dovuto affrontare a testa alta le tortuose strade che portano alla verità.
Depistaggi e querele hanno accompagnato la vita di una semplice famiglia del ferrarese, che oltre alla morte inaspettata e inspiegabile del proprio figlio, appena diciottenne, ha dovuto sopportare le ingiuste tesi della Difesa ed ha ingoiato amaramente la costante visione dei quattro aguzzini che hanno presidiato tutte le udienze, come volessero in quel modo giustificare la loro innocenza.
La Cassazione, inoltre, ha respinto la richiesta di attuare le attenuanti generiche, sottolineando che il comportamento dei quattro poliziotti è stato, sin dall’inizio, omissivo e non ha permesso di “fornire un contributo di verità al processo”. La rottura di due manganelli in dotazione alle due volanti e la pressione sul corpo di Federico hanno reso l’azione dei quattro agenti totalmente impropria rispetto alle normali procedure di arresto o di fermo.
Di innocenti in questa storia non ce ne sono ed il concetto che le mele marce esistono ed agiscono all’interno delle forze dell’ordine è stato ribadito da questa seconda sentenza espressa ieri dalla Cassazione. La notizia, si spera, farà da spartiacque per i processi ancora in corso che vedono altre famiglie impegnate nella ricerca di una verità che lo Stato ritarda a dare. Ovviamente le vicende di Stefano Cucchi, di Giuseppe Uva e di Michele Ferrulli da adesso in poi avranno un appiglio in più dove cercare di aggrapparsi quando la burocrazia e la menzogna si presentano prepotenti.












