La realtà carceraria: dati e cifre in Italia e a Verona
di Marta dal Corso
La nostra è una società avanzata: progredita nella tecnologia e nella cultura, dotata di un sistema politico democratico, protettrice dei diritti individuali e sociali acquisiti nel corso degli anni. La nostra è quella società che, a causa dell’etnocentrismo caratteristico del mondo occidentale, crediamo e professiamo come migliore, più equa e giusta rispetto alle diverse culture antropologiche. Eppure, nonostante le convinzioni che la storia ci ha perpetuato, esistono in Italia, alcuni temi particolarmente delicati, che una volta conosciuti ci interrogano sulla reale democraticità del nostro Paese. Uno di questi argomenti è il carcere. Al di là delle sensibilità individuali che ogni cittadino crea dalla sua esperienza quotidiana, i dati statistici, dati quindi oggettivi e imparziali, possono essere un interessante stimolo per farci delle domande, per chiederci quale tipo di società politica e culturale vogliamo essere.
Il carcere che cos’è? Il carcere, inteso come luogo per scontare la pena, viene visto dalla società contemporanea come un dato naturale: chi commette un reato deve passare un certo periodo della sua vita, rinchiuso dentro uno spazio istituzionale per espiare la propria colpa. Questa concezione ha in realtà una storia piuttosto recente. Il carcere è divenuto tale solo quando lo sconto della pena per il reo è stato inteso come privazione della libertà personale e non come somma di denaro da pagare o come sofferenza fisica da subire tramite l’esilio, la gogna o la morte. È solo verso il 1600 che queste pene vengono sostituite con il concetto di carcere e successivamente, grazie alla corrente illuminista, si sono compiuti i primi passi verso l’umanizzazione della pena. Le carceri italiane attualmente sono 206 e si differenziano in case circondariali e case penali. La casa circondariale è il luogo in cui vengono rinchiusi coloro in attesa di giudizio o chi è stato ritenuto colpevole e deve scontare un pena corta. Mentre invece la casa penale è il luogo in cui i detenuti devono espiare pene medio lunghe. Nel nostro Paese le strutture carcerarie sono state istituite per ospitare 45’742 persone eppure nel 2012 i detenuti totali sono 66’632. La popolazione che abita il carcere è costituita per un 63% da italiani e per un 37% da stranieri, un dato che sembra essere in controtendenza rispetto alle notizie che quotidianamente assimiliamo. E’ opportuno, però, contestualizzare queste cifre con due informazioni ulteriori, una demografica e l’altra sociale. Infatti, sebbene i detenuti stranieri siano presenti in numero inferiore nelle carceri, la popolazione immigrata sul totale degli abitanti in Italia si attesta nel 2010 solo al 7,5% e di questi il 37 risiede in carcere. Inoltre in otto anni il numero dei detenuti italiani è aumentato del 10% mentre quello degli stranieri è aumentato del 50%. I reati commessi con maggiore frequenza sono atti contro il patrimonio ed i beni materiali. I furti sono in assoluto i reati più commessi. Seguiti da rapine, da utilizzo e traffico di sostanze stupefacenti, dalle violenze sessuali e dagli omicidi.
Nella città di Verona esiste una casa circondariale che è conosciuta come il Carcere di Montorio. Questa struttura è divisa in 5 sezioni costruita per ospitare circa 400 persone. Attualmente però vi risiedono almeno 1000 detenuti, più del doppio rispetto alla capienza dell’istituto. In celle di dimensioni 3×4 vivono 4 persone. Lo spazio è strettissimo, si fa a turno per stare in piedi. Tutto è all’interno della cella: letti, tavolo, sedie, cucinino, doccia e water. Poche ore al giorno vengono dedicate ai colloqui con i familiari, con l’avvocato, con i volontari. Poche sono anche le attività ludico-formative organizzate dal volontariato locale, cosicché l’attività principale praticata dai detenuti diviene l’ozio che svilisce l’uomo ed innesta meccanismi di svalutazione della persona. Il tempo passato in carcere deteriora psicologicamente i detenuti tanto che l’80% dei farmaci somministrati sono psicofarmaci. In queste condizioni psico-sociali difficili aumentano anno dopo anno i tassi di suicidio e di autolesionismo. A partire dall’inizio dell’anno si sono uccise già 65 persone in Italia. Il carcere, dalle alte cariche dello Stato, viene considerato la discarica sociale. Gli ultimi restano ultimi. Nel costo di 113 euro giornalieri per detenuto, lo Stato deve coprire sia le spese per il carcerato che la manutenzione dell’edificio, pagare gli stipendi del personale e ogni altra attività inerente alla struttura. Il progetto di rieducazione del detenuto manca in ogni forma: sia nella soddisfazione di bisogni primari, la scarsità di fondi fa si che manchi carta igienica, detergenti, prodotti per l’igiene intima per cui volontari intervengono come tamponi sociali, sia nella riabilitazione del detenuto. Mancano figure professionali che si occupino dei carcerati. A Montorio oltre ai 1000 detenuti sono presenti 370 poliziotti, 2 psicologi e 4 educatori i quali dovrebbero redigere un’osservazione scientifica sui detenuti. Ci si potrebbe chiedere quanto scientifica possa essere un’osservazione, se 4 educatori devono occuparsi di 1000 persone. Eppure questi resoconti sono fondamentali poiché attraverso di essi, il magistrato di sorveglianza sceglie se indirizzare il detenuto a misure alternative di pena come l’affidamento, la semilibertà, gli arresti domiciliari, lavori di pubblica utilità, la libertà vigilata.
Come si diceva inizialmente, sebbene ogni cittadino possa avere un pensiero proprio su questo tema, ci sono dati che obiettivamente dimostrano quanto questo sistema di carcerazione sia inefficiente. Il primo dato fa riferimento ad una lentezza del processo giudiziario tale per cui il 44% dei detenuti attende di essere giudicato, di sentirsi dire se è colpevole o innocente. Il secondo dato è il tasso di recidività. Il 65-70% dei detenuti scarcerati dopo la loro pena tornano in carcere, mentre tra coloro che sono affidati alle misure alternative questa percentuale scende al 25%. D’altronde i mass media hanno un potere tale per cui se in una situazione di libertà vigilata un detenuto compie un reato abissano i dati reali e aizzano la paura popolare. Eppure solo il 7% delle misure alternative viene revocato poiché il 93% dei detenuti rispettano la misura affidatagli. Quel che emerge è che coloro che si trovano in condizioni sociali deplorevoli sono inclini maggiormente a compiere reati, per lo più connessi a riempire vuoti economici. Quali misure adottare affinché la società possa essere sana, solidale, giusta? E quale funzione vogliamo abbia il carcere? Non possiamo chiudere gli occhi di fronte ai dati citati. Il sistema inefficace attuale spinge alla recidività, mentre le misure alternative sarebbero non solo vantaggiose economicamente ma anche ai fini della sicurezza sociale. Fino ad ora l’interesse del cittadino era che il colpevole scontasse completamente la sua pena, in luoghi distanti dalla città, nei “lebbrosai” del XXI secolo come li definisce fra Beppe. Ebbene queste misure si sono rivelate inadatte. In questo caso, prima di attendere una risposta politica, dovremmo capire chi vogliamo essere, ripartendo quindi dal terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione che recita “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”.












