Pensieri su.. Crocodiles – Endless Flowers
di Matteo Molon
Crocodiles, un misto di punk e wave dai tratti dark, nero che cola dai contorni degli occhi fin sulla bocca. Ma non c’è nessun trucco, è la realtà che gocciola. Ricordo di quelle giornate passate al mare da ragazzini, quando le nubi non lasciavano mai spazio, nel susseguirsi delle ore, al sole, tranne che nel più bel incombere delle sera, dove al viola del tramonto si univa lo spuntare delle prime stelle all’orizzonte, accomunate da una luna che, pallida, era la carnagione della propria madre.
Un sunto letterario di un’estate trascorsa troppo lenta, e forse troppo veloce nei rari momenti di felicità, malinconica e languente. La sera unico ristoro, e il giorno tormento quanto il sole cocente la sabbia grigia di scogli sotto i piedi.
Non contavano nomi, numeri, conoscenze fatte, ogni elemento scivolava andandosene via nell’acqua, ritraente in mare dopo essere arrogantemente giunta, uno specchio per le persone che cercano gli altri unicamente per soddisfare il proprio tornaconto, e successivamente scompaiono, con la stessa freddezza, si capirà poi, sicurezza, con cui si sono fatte avanti all’inizio di Giugno.
La solitudine inconscia in “Endless Flowers” trova conforto nella pieghe di “No Black Clouds for Dee Dee”, un ventaglio, antiquato, agitato per fare aria nella canicola mattutina, pomeridiana, e che adesso, su questo bagnasciuga, riposa impolverato di granelli fradici, accanto a chi scruta un’orizzonte diradato sempre più nell’oscurità, il suono delle maree che avvolge il cielo.
L’ideale finale musicale di “Summer Crossing” di Capote, privato del Jazz di quegli anni e ammodernato nella musica suonata dalla banda, conserva però l’intrinseca emotiva bellezza.
“Endless Flowers”. Fiori senza fine. Non appassiscono perché scuri, perché rivincita sui brutti momenti, metabolizzati in pancia, liberanti lo sguardo, vagante negli spazi e nelle volte preziose, che celesti prendono posto davanti a se.












