La Biennale del Cinema: uno sguardo conclusivo
di Giovanna Girardi
Diversa da Cannes, profondamente diversa da Cannes. La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, situata al Lido di Venezia, si sveste dei faziosi lustrini francesi, seguendo l’andatura low profile che in tempo di crisi era suggerita fin dal principio. Le scenografie sono semplici e neanche troppo azzeccate; gli attori, i registi e la madrina Kasia Smutniak passeggiano senza problemi tra i mortali, i quali riescono, anche col più infimo accredito, a vedere la maggior parte dei film. Per il pubblico poi sono allestiti vari bar che, seppure un po’ costosi, restano accoglienti – e in cui può capitare di pranzare con una celebrità orientale, senza riconoscerla. Tutti i fanatici esaltati che si aggiravano privi di meta sulla Croisette sono per lo più scomparsi: in effetti per prendere un vaporetto a 7euro sino al capolinea e finire in un ambiente tranquillo e un po’ strafottente, alla veneziana, bisogna essere più che illusi.
Niente passerelle attesissime, se non quella del nuovo idolo delle ragazzine, Selena Gomez, attrice dell’americano Spring Breakers dov’è esaltato quel criterio “bad is cool” anni ’90, ormai noioso e demodé. Con lei James Franco e la povera Vanessa Hudgens, caduta nel dimenticatoio delle giovani starlette statunitensi. Niente Ben Affleck, niente Rachel McAdams, coppia instabile in To the Wonder di Terrence Malick; solo una terrorizzata Winona Ryder, mogliettina affettuosa e troppo ingenua in The Iceman, presentato da Ariel Vromen fuori concorso. È stato un Festival che allo stile americano ha concesso forse il minimo dovuto, col Leone d’Argento a Paul Thomas Anderson per The Master e la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile divisa tra i suoi protagonisti.
Gli italiani, a dispetto di una certa delusione, hanno presenziato tanto sul tappeto rosso quanto fuori concorso. Bella addormentata, già dal titolo fiabesco e puerile, preannuncia l’approccio intimo e sobrio che permea ogni sequenza, in cui la fotografia di Ciprì e il sapiente sguardo di Bellocchio scavano nel tessuto di una problematica sociale ancora viva, dopo il caso di Eluana Englaro. In concorso anche Un giorno speciale della Comencini, che, con un film poco ambizioso, non riesce come il collega nell’intento di mostrare il cuore del gomitolo emotivo alla base di un’altra questione dibattuta, ossia la compravendita di giovani “escort”. Acclamato invece È stato il figlio di Ciprì, che si aggiudica l’Osella d’oro per la fotografia.
In realtà, il retroscena pullulava di film italiani, che promettono di essere accolti nelle sale cinematografiche con lo stesso favore ricevuto in Biennale.
A tal proposito si segnala La nave dolce di Vicari, il quale, dopo Diaz, propone un nuovo documentario sullo sbarco storico a Bari di Vlora, una nave talmente colma di albanesi da perdere linee e contorni, talmente carica di uomini, donne e bambini, da inondare la banchina del porto fino a colorarla di sfumature mai viste. I fatti sono alternati ai racconti di alcuni testimoni i quali non si limitano a descrivere, ma esumano ricordi abbandonati e li rivivono. Un film commovente, specchio di una realtà quale l’emigrazione che, oggi, ci concerne in prima persona.
Non dello stesso calibro, ma sempre socialmente duro, è Gli equilibristi di Ivano de Matteo, che descrive la discesa nella penuria, economica e umana, di un padre di famiglia medio della Roma piccolo borghese. In effetti il film è tutt’altro che un capolavoro, e se resta degno di un forte interesse artistico è grazie alle doti di Valerio Mastrandrea. In ogni caso il soggetto trattato si rivolge ad un pubblico assai vasto: gli italiani costretti a fare i conti con la crisi e con i piccoli imprevisti che la rendono invivibile. E potrebbe, a maggior ragione, interpellare quegli stranieri che guardano all’Italia con in mente la sorniona pennellata di To Rome with Love.
Ancora, vincitore nella sezione Orizzonti, Leonardo di Costanzo con L’intervallo volge uno sguardo agli intrallazzi della camorra attraverso le conversazioni e le speranze innocenti di due ragazzini, rinchiusi per una giornata in uno stabile dismesso. Film sottotitolato, ricorda il divario esistente nella complessa, ancorché piccola, Italia.
In ultimo, tra i connazionali, si vuole citare Terramatta – il Novecento italiano di Vincenzo Rabito analfabeta siciliano di Costanza Quatriglio, la quale, con riprese storiche, voce over e musiche di sottofondo, dà forma al diario di un bracciante siciliano e analfabeta; dà voce, parola per parola, al toccante e sincero dialetto di Vincenzo Rabito, ispirandosi al testo edito da Einaudi nel 2007 (Vincenzo Rabito, Terra matta).
Da tale carrellata risulta uno scenario italiano il cui più forte bisogno sembra la ricerca dell’autentico, tra le problematiche quotidiane, le grandi questioni sociali ed esistenziali, il sottosuolo apparentemente incolto, ma più veritiero.
Per virare su altri orizzonti, di un’analoga denuncia si fa portavoce l’opera prima di Risudan Chkonia, georgiana che con Keep Smiling incornicia una tragicommedia volta a smascherare la fatiscenza inutile e vacua della televisione. La regista sviluppa un episodio in cui il crudele filtro del piccolo schermo non riesce a domare i travagli e le sofferenze di un gruppo di madri, iscritte per il suo premio in denaro, e malvolentieri, ad un concorso ridicolo.
Opere prime, documentari, sperimentazioni, film d’autore: il Lido ha messo in mostra una varietà. E all’apice della lista, sembra doveroso un accenno al vincitore, che omaggiamo con le calzanti parole di Natalia Aspesi: «Il Leone d’Oro Pieta è forse, con la sua carica di violenza fisica e psicologica, il film più spirituale, per qualcuno addirittura il più cristiano, della Mostra».
Una Mostra, dunque, all’altezza delle aspettative, in cui l’attenzione è andata ai film e alle nuove proposte; che non si è spesa in inutili show, quest’anno meno che mai. Una Mostra calata in quell’atmosfera che ha Venezia, estemporanea. Capace, anche senza lustrini, di rendere magico il cinema.














