Il digitale divide? Italia dopo Brasile e Polonia
di Anna Chiara Sardella
Si chiama digital divide, il problema di accesso alla rete da parte di tutti, un diritto fondamentale come lo hanno definito molti collegandolo a volte agli sviluppi della primavera araba molti commentatori, un nome tra tutti: Stefano Rodotà.
Un problema delineato agli albori degli anni 2000, prima che il mezzo informatico diventasse l’humus della democrazia partecipativa.
La classifica di Web Index (link: http://thewebindex.org/2012/09/2012-Web-Index-Key-Findings.pdf) condotta dalla World Web Foundation colloca il nostro paese al ventritreesimo posto nel mondo, subito dopo Brasile e Polonia, mentre in Europa al dodicesimo. La medaglia d’oro se l’aggiudica la Svezia, subito seguita da Stati Uniti e Inghilterra. 61 paesi sono stati monitorati durante il periodo di sei anni, ed è questa la fotografia che ne è emersa. Ma cosa frena questi Paesi affinché colmino il divario che impedisce loro di raggiungere un diritto che oggi sembra così scontato per tutti? Principalmente, afferma Berners-Lee, i costi della banda larga, che devono necessariamente essere abbattuti. In Africa, solo una persona su sei riesce a collegarsi a internet, mentre la media mondiale è di uno su tre.
Un handicap del nostro Paese è invece l’impatto minimo del web sull’economia italiana: strategie di marketing e servizi per gli utenti poco rispondenti oggi non possono non avere un impatto anche economico negativo; inoltre troviamo anche quest’anno sempre inferiore rispetto a Francia e Germania la disponibilità di infrastrutture fisiche che consentono l’accesso alla rete.












