La battaglia diplomatica per il controllo del Pacifico
di Simone Policardi
Gli equilibri politici mondiali sono più instabili di quanto si potrebbe pensare. Le leggi economiche dettate da materiali e risorse hanno determinato importanti cambiamenti nello scacchiere mondiale e nazioni che un tempo venivano annoverate tra i paesi del terzo mondo, adesso registrano altissimi tassi di crescita finanziaria.
Continua la caccia alla risorse per quei Paesi che puntano a mantenere la loro leadership sui mercati globali: primi tra tutti Cina e Stati Uniti che, con trattative diplomatiche, strette di mano, minacce di guerra e talvolta false missioni di pace, allungano le mani su possedimenti stranieri e piegano la volontà di interi governi.
Questa volta è stata la Cina a scatenare una vera e propria battaglia diplomatica, in primis contro l’eterno antagonista Giappone, coinvolgendo in un secondo momento anche altre nazioni vicine. Motivo scatenante delle tensioni si ritiene essere il possesso di una manciata di isole del Pacifico, le isole Senkaku per i giapponesi o Diaoyutai per i cinesi, le quali non hanno ancora un padrone. Anche gli storici hanno seri problemi ad affibbiare l’arcipelago a uno Stato o ad un altro mentre i due governi ne rivendicano i diritti.
Per capire meglio la situazione è necessario un breve excursus storiografico. Il periodo da prendere in considerazione è la fine del XIX secolo, esattamente il 1894, anno dello scoppio della prima guerra tra Pechino e Tokyo definita “prima guerra sino-giapponese” . La guerra si risolse un anno dopo con la vittoria del Giappone e la stipulazione del Trattato di Shimonoseki che obbligava la Cina al riconoscimento dell’indipendenza della Corea e la cessione di Taiwan e di tutte le sue isole. Il problema nacque proprio dal riconoscimento di queste isole, che tornarono nuovamente a essere possedimenti cinesi grazie ai trattati che il Giappone, sconfitto, dovette firmare alla fine della Seconda guerra mondiale. Successivamente, con il Trattato di San Francisco del 1951, gli americani, sotto le vesti di mediatori, riconferivano la sovranità delle isole al Giappone. Per validare quel trattato occorreva però il consenso cinese che non arrivò e la questione rimase aperta.
La Cina sembra aver voltato la testa verso est e riscoperto una sua vocazione marittima quasi dimenticata. In verità in gioco ci sono vaste ambizioni geopolitiche ed economiche. La missione di Pechino è fondare un nuovo avamposto nella regione più a sud dell’Asia. Per questo motivo è in atto una massiccia deportazione di ex contadini delle campagne cinesi in mezzo al mare, proprio in quelle isole, dove diventeranno pescatori. Non vengono trasportate solo persone ma anche armi, mezzi militari e materiali per costruire nuove caserme. In questo caso possedere un atollo di poco più di 2 chilometri quadrati significa occupare 2 milioni di chilometri quadrati di acque.
Gli interessi sono tanti e le nazioni coinvolte anche. Per non parlare dei rapporti politici che si intersecano tra i più piccoli Paesi del sud-est asiatico e le più grandi potenze occidentali. Nel Pacifico i nemici dei cinesi sono: Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei, Thailandia, Cambogia e Singapore. Tra le isole contese transitano ogni anno 5 trilioni di dollari di merci, che corrispondono alla metà del tonnellaggio mondiale e i fondali oceanici custodiscono enormi quantità di materie prime, estraibili grazie a macchinari di ultima tecnologia. Dominare il Pacifico significa assicurarsi le risorse più economiche dei prossimi decenni e liberarsi dalla dipendenza da Russia e Medio Oriente.
Proprio per questi motivi quegli scogli nell’Oceano sono diventati oggetto del desiderio cinese. I Paesi occidentali tremano e la pressione è tale da indurre gli Stati Uniti a riposizionare le basi militari dall’Atlantico al Pacifico e la Russia a stipulare con il paese del Dragone il “patto dell’energia”.
La complicata situazione diplomatica è venuta a galla in seguito a diverse manifestazioni di dimostranti. Nella fattispecie, il 15 agosto scorso 14 attivisti di Hong Kong avevano piantato alle Senkaku una bandiera cinese e una del Taiwan. Appena 4 giorni dopo, una decina di nazionalisti giapponesi sbarcavano sulle isole e piantavano bandiere del Giappone malgrado i divieti governativi, scatenando le proteste di migliaia di cittadini cinesi.
L’arcipelago di Senkaku/Diaoyutai non è il solo ad essere conteso. L’altro duello riguarda le isole Takeshima/Dokdo e vede in combutta il Giappone e la Corea del Sud.













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