Pubblicato il: lun, set 3rd, 2012

Un barlume nel buio delle “case Magdalene”

di Nicole Colombi

Quattro anni prima del nuovo millennio , ventitre dopo la prima telefonata tramite un telefono cellulare, cinquant’anni dopo il primo suffragio universale italiano e trentanove anni dopo la nascita del primo calcolatore elettronico viene chiusa l’ultima casa Magdalene. E’ il 25 settembre 1996 e questa data recentissima determina la fine di un orrore durato 150 anni e conosciuto dalla maggior parte delle persone grazie al film-denunicia di Peter Mullan ”Magdalene”.
Queste case, a cui fu dato il nome della peccatrice più famosa della storia, Santa Maria Maddalena, che secondo la tradizione cattolica si pentì e si redisse divenendo una seguace di Gesù, nacquero nelle isole britanniche nel XIX secolo con lo scopo di accogliere le prostitute e riabilitarle nella società. Ma il nobile fine fu ben presto dimenticato e le case, gestite dalla chiesa Cattolica, divennero dei veri e propri lagher.
Entrarvi non era poi così difficile; quella era la destinazione per le ragazze che avevano avuto rapporti prima del matrimonio o figli al di fuori del sacro vincolo, per le donne che avevano subito una violenza sessuale, perché, si sa, la colpa di ogni peccato è della donna che da sempre è tentatrice, ma bastava anche essere solo nate molto belle o anche molto brutte. Per tutte le donne che non rispondevano ai rigidissimi canoni della società britannica, basata sul lavoro e la famiglia tradizionale, la destinazione era quella.
All’interno delle case le donne passavano le giornate isolate dal mondo, senza poter parlare con nessuno né avere contatti con l’esterno, l’unica attività era il lavoro. Ogni giorno le “ospiti” passavano 15 ore al giorno a lavare con soda e sale a titolo completamente gratuito. Le suore che gestivano le case, però, ricevevano compensi da privati e dallo Stato stesso, che lì faceva lavare lenzuola e abiti di ospedale ed esercito.
Le maggies, diminutivo di Maddalena, appunto, erano molto spesso mandate dalla famiglia stessa ad espiare i loro peccati attraverso l’isolamento forzato, il lavoro e spesso anche torture fisiche e psicologiche e abusi, che venivano inflitte nel modo più crudele possibile: da donne su altre donne.
L’esistenza delle Case Magdalene non fu tenuta di gran conto fino al 1993, quando un ordine di suore a Dublino vendette parte del convento a un imprenditore immobiliare. I resti delle 155 pazienti, che erano stati tumulati in tombe anonime all’interno della proprietà, furono esumati, cremati e seppelliti in una tomba comune nel cimitero di Glasnevin. Questo scatenò uno scandalo pubblico.
Dopo molti anni senza giustizia però nel giugno del 2011 il Comitato contro le torture dell’ONU ha chiesto esplicitamente all’Irlanda di aprire un’inchiesta su quello che è accaduto per decenni nelle lavanderie, sulle 30 000 donne imprigionate in quell’orrore e spesso morte senza un nome, senza un funerale e senza un gesto di umanità per tutta la vita. La decisione dell’ONU obbligherà finalmente l’Irlanda e le istituzioni religiose a uscire dal silenzio e ad ammettere la disumanità utilizzata in queste case.

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